Intervista a Erin E. Keller

Erin E. Keller, un nome ben noto nel panorama dell’editoria digitale e in particolare nel mondo Triskell. Con all’attivo tantissime storie pubblicate in diverse lingue, oggi Keller si appresta a pubblicare una nuova opera. Tra una revisione e l’altra ci ha concesso questa intervista esclusiva.

Ciao Erin, benvenuta nella nostra rubrica. In tanti ti conoscono, ma per chi ancora non avesse avuto l’occasione di avvicinarsi al tuo mondo ci daresti una breve descrizione delle tue giornate, solo come tu sai fare?

Ciao a tutti! Anche se mi sento un po’ strana a farmi intervistare – per ovvi motivi – sono felicissima di essere qui!

Descrivere le mie giornate non è facile senza parlare di ciò che faccio per Triskell. Innanzitutto, ormai lavoro quasi esclusivamente per la casa editrice, quindi non sono più impiegata nell’ufficio in cui ho lavorato per quasi 12 anni. Ormai la mia presenza là è sporadica, da collaboratrice esterna.

La mia giornata inizia presto. Mi alzo, e la prima cosa che faccio – dopo essermi lavata –  è sedermi! Una vita piena di movimento e azione, come si può ben intuire. Purtroppo (o per fortuna) tutto  ruota attorno alla programmazione del lavoro della casa editrice, alla gestione dei collaboratori, al tradurre e a tante altre cose che non sto qui a elencare, essendo Erin che deve parlare e non Barbara. Comunque sia, dalla mattina alle 8 alla sera alle 19, le mie poco regali terga sono incollate alla sedia e i miei occhi allo schermo. Non è una vita sanissima, messa così, me ne rendo conto.

Sicuramente questo lavoro mi dà molte soddisfazioni, ma allo stesso tempo toglie tempo alla scrittura, tanto che – spoiler – il romanzo in uscita potrebbe essere il mio ultimo. Non ne sono ancora certa, dipende da tanti fattori, non ultimo il fatto che non riuscendo a curare la mia “figura” da autrice, rischio di faticare tanto per ritagliarmi del tempo, quando ormai comunque sono troppo fuori dal giro.

Hai un punto in comune con la maggior parte degli autori e delle autrici di Triskell: la passione per i gatti. Cosa lega la creatività e l’amore per i felini, secondo te?

Non ci ho mai pensato, però è vero che molte di noi amano i gatti. Non credo ci sia un legame con la creatività, però credo che il gatto possa essere un ottimo partner per uno scrittore: non esige troppa attenzione (o meglio, non ha i bisogni emotivi di un cane. Io ho avuto tre cani e sono la cosa più amorevole del mondo, ma di certo più impegnativi), ti sta vicino senza disturbare, ti ascolta in silenzio quando imprechi, e a volte può anche fare da antistress (sempre che non sia un gatto ninja che alla prima carezza ti sega le dita).

Parlaci un po’ del tuo prossimo lavoro in uscita, “L’uomo che non c’era”. Com’è nata l’idea? Hai qualche aneddoto da raccontarci sulla stesura?

Innanzitutto, ho sempre subito un po’ il fascino del noir e della mafia americana, soprattutto grazie a “Gli intoccabili” e all’interpretazione di De Niro di Al Capone. Ero una ragazzina ai tempi, ma avevo già gusti ben definiti (un modo carino per dire “strani”). Comunque, dopo aver lavorato a diverse storie ambientate ai giorni nostri, avevo voglia di scrivere qualcosa di diverso, qualcosa che avesse una collocazione storica ben precisa, senza però essere un romanzo storico. Leggendo di più sull’argomento, sono incappata nella famosa strage di San Valentino e quando ho scoperto che il clan sconfitto era stato quello degli irlandesi, beh, ho capito che quello era un segno del destino. Amavo il periodo, volevo scriverci una storia e ora avevo anche un richiamo all’Irlanda. Era semplicemente perfetto.

La stesura, purtroppo, ha richiesto quattro anni, proprio per quanto dicevo nella prima risposta. Non avere tempo di scrivere e concentrarsi fa allungare i tempi a dismisura.

Un aneddoto che mi viene in mente riguarda la sorte di Henry Finn. Inizialmente l’idea era che fosse il cattivone e doveva morire. Fine. Però man mano scrivevo, mi innamoravo sempre più del suo personaggio. Ad aggiungersi ai miei dubbi è arrivata poi Chiara, amica e collega, che mi ha proibito di ucciderlo e mi ha dato l’idea di come “utilizzarlo”. Sono felicissima di averlo fatto perché non sarebbe assolutamente stata la stessa storia senza di lui.

Dal libro emerge la tua passione per l’Irlanda. Puoi dirci qualcosa in più su questo punto?

La mia passione per l’Irlanda è nata nel momento in cui, giusto vent’anni fa, sono andata per la prima volta sull’isola di smeraldo e mi sono sentita… a casa. Ogni volta che ci torno, o se anche vedo un documentario, mi commuovo (non in senso figurato, mi vengono proprio gli occhi lucidi e il nodo in gola). Ho scoperto che esiste il mal d’Irlanda, e vi assicuro che è reale.

La sento la mia terra. Ha tutto ciò che amo: il verde e l’azzurro, il fresco, la pioggia, i corvi. Niente caos. Acqua, cielo e terra. E pub 🙂

Ti piace scrivere storie d’amore e in particolare di amori gay. Quali emozioni ti offre questo genere letterario?

Ho iniziato a scrivere storie d’amore gay parecchi anni fa, quando volevo che due personaggi maschili di una serie TV che amavo si mettessero insieme e ho scoperto il magico mondo delle fanfiction. È stato bellissimo poter dar sfogo alle mie fantasie e creare le situazioni perfette per quei personaggi (facendoli sempre soffrire tanto prima del lieto fine). Alla fine, ciò che faccio quando scrivo è ancora questo: creare situazioni che possano emozionarmi e possano emozionare chi legge. Quali emozioni siano nello specifico non saprei dire, ma pensare a due uomini che si amano e poter dar voce a questo amore per me è la sensazione più bella che mi possa dare scrivere questo genere.

C’è qualche cosa che vorresti dire al tuo pubblico di lettori?

Vorrei ringraziare tutti quelli che in questi anni mi hanno sostenuto e hanno pazientato, restandomi comunque vicini, nonostante i miei tempi biblici.

E vorrei dire che, indipendentemente da come andrà a finire, se sono qui, se ho scritto ancora un romanzo, lo devo a tutti loro.

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