Intervista a Elsa Hysteria

Intervista a Elsa Hysteria

Nasce in un freddo giorno d’inverno in provincia di Bergamo, sotto il segno del capricorno – ma sente di più il suo ascendente ariete. Cresce ascoltando musica, guardando film, ammirando quadri, leggendo libri, coccolando gatti, viaggiando al nord e lasciandosi ispirare da tutto ciò che la circonda. Leggi l’intervista.

 

Ciao Elsa! Benvenuta. Inizia con il parlarci di te. Scegli cinque aggettivi che descrivono la tua persona.

Ciao a tutti! Dunque, cinque aggettivi per descrivermi.

Curiosa, su qualunque argomento, a livello che se qualcuno mi cita un libro o un film o una canzone, al novanta percento finirò per leggerlo/guardarlo/ascoltarla.

Introversa, molto, a volte non c’è proprio verso di farmi parlare (soprattutto di me stessa).

Testarda, non c’è modo di togliermi un’idea dalla testa una volta che ha piantato radici.

Ironica, a volte un po’ più del lecito, a volte diventa cinismo vero e proprio.

Sincera e questo me lo dicono gli altri, quindi penso sia vero. Sono patologicamente incapace di mentire, la classica persona a cui è meglio non fare domande se non si vuole una risposta veritiera. Spoiler alert: non sempre è un bene… forse le bugie bianche non sono per forza un male.

 

Noto che hai già pubblicato un romanzo in modalità self publishing. Perché per questo secondo lavoro hai deciso di rivolgerti a un editore?

Il self publishing è un mondo in cui il confine fra il meraviglioso e il tremendo è sottilissimo. Ci sono autori (tanti) che meriterebbero di avere una piramide di libri nelle vetrine delle librerie, altri che credono che avere un computer e saper digitare sulla tastiera sia sufficiente a scrivere un romanzo. È molto difficile essere presi sul serio, proprio perché letteralmente chiunque può auto pubblicare. È un peccato perché molti autori scelgono il self senza nemmeno provare a cercare un editore – quindi il pregiudizio per il quale se tu non hai un editore è perché sei stato rifiutato da tutti, è sbagliatissimo – e molti di essi, come ho già detto, sono davvero validi.

A parte questo, ammetto di aver sentito il bisogno di dimostrare a me stessa di essere in grado di riuscire ad attirare l’attenzione di un editore. Forse è il modo sbagliato di sentirsi validati, non so, ma per me è stato così.

 

Nel tuo romanzo adotti molteplici tecniche narrative. Hai frequentato qualche corso di scrittura creativa? Che cosa ne pensi?

Ho frequentato due laboratori di scrittura creativa all’università, e un altro di recente. Oltre a questo, cerco di leggere più manuali possibili sull’argomento e di seguire alcune community online (soprattutto Reedsy e Writer’s Edit).

Non penso esista una tecnica universale di scrittura, ma sono fermamente convinta che in questo campo ci sia bisogno di imparare di continuo, perché le possibilità che un autore ha davanti sono letteralmente infinite. Più consigli e tecniche assorbi, meglio è. Magari poi finirai per usarne tre su cento, ma sarai comunque uno scrittore migliore di quanto non fossi prima.

 

Come lavori? Progetti una scaletta o vai a braccio? Scrivi i capitoli in ordine di lettura?

Non progetto una scaletta capitolo per capitolo, ma scrivo un riassunto il più dettagliato possibile prima di iniziare la stesura vera e propria del romanzo. Mi aiuta a capire cosa funziona e cosa no, le storyline che meritano approfondimento e quelle che non portano da nessuna parte. Ti fa risparmiare un sacco di tempo, perché non rischi di scrivere venti capitoli prima di renderti conto che hai imboccato un vicolo cieco. In fase di scrittura poi molte cose cambiano rispetto al mega riassunto, ma credo sia normale. Poi ci sono le note del telefono che sono le mie migliori amiche, dove appunto ogni singola idea per futuri capitoli e sviluppi.

I capitoli li scrivo in ordine di lettura, l’unica eccezione che abbia mai fatto è per questo romanzo, perché a un certo punto mi sono bloccata, era troppo difficile buttar giù certe parti. Allora le ho lasciate indietro e sono andata avanti, tornando a tappare i buchi alla fine. Però non è un metodo con cui mi trovo a mio agio, scrivere linearmente capitolo per capitolo è molto più semplice.

 

Hai degli amici ai quali fai leggere il tuo manoscritto per ricevere dei consigli? Quanto hai impiegato a completare il romanzo?

Ho un gruppetto di amici a cui faccio leggere, più mia mamma. Per quel che riguarda L’alterazione dei colori, il commento che hanno fatto tutte e quattro le persone che l’hanno letto è stato “ti odio”. Ho deciso di prenderlo come un complimento, significa che sono riuscita a esprimere ciò che volevo. La cosa orribile, quando fai leggere un manoscritto a qualcuno che ti conosce, è che riesce a capire cosa sia pura finzione e cosa invece sia realtà romanzata. Non importa quante volte ripeterai “ma non è vero”, loro sanno esattamente quanto ci sia di te nella storia ed è un po’ come sentirsi nudi al centro di Piazza Duomo a Milano. Quindi, paradossalmente, c’è meno ansia quando hai di fronte uno sconosciuto.

Il romanzo è stato una gravidanza lunga e sofferta, durata ben due anni. L’avevo scritto a metà, poi l’ho riscritto completamente perché avevo iniziato a odiare come stava uscendo. Poi l’ho archiviato nella marea di file incompiuti, ho deciso di finire la storia per rispetto nei confronti dei personaggi, ho deciso che la odiavo di nuovo, ho pensato di non essere in grado di concluderla. Ma alla fine, eccola qua!

 

Il tuo libro è ambientato a Swanster, una cittadina immaginaria della provincia inglese. A livello generale mi sembra di intuire un forte legame con il mondo anglofono, ce ne vuoi parlare?

Il Regno Unito è un posto super interessante. Sei a Londra e ti sembra di essere al centro del mondo. Due ore di treno più in là, la gente ti parla solo in gallese senza nemmeno chiedersi se tu lo capisci o meno. Ma a parte queste enormi (e affascinanti) discrepanze fra le grandi città e il resto, gli inglesi sono molto più aperti di noi su tantissimi argomenti. Uno di questi, è la salute mentale. Qua viene stigmatizzata tantissimo, se prendi un ansiolitico sei un pazzo, se chiedi aiuto vieni preso in giro e il cielo non voglia che la storia esca dalle mura di casa. Là ti prendono sul serio, là c’è una conversazione incessante sull’argomento. È essenzialmente per questo che ho deciso di ambientare il romanzo nei pressi di Manchester invece che in provincia di Milano, qua la stessa identica storia non sarebbe stata credibile, purtroppo.

 

Nel romanzo tocchi temi delicati come il suicidio e il disturbo mentale. Cosa ti ha portato ad affrontare questi argomenti?

Volevo parlarne perché secondo me non se ne parla abbastanza, e il fatto che non se ne parli abbastanza è il motivo per cui esistono ancora così tanta ignoranza e stigmatizzazione sull’argomento. Non so dire se sia venuta prima la storia o prima il bisogno di parlarne a priori, diciamo che le due cose sono andate un po’ di pari passo. Non è stato facile, come dicevo prima, la stesura ha subito diverse battute d’arresto e il motivo principale è che per raccontare una storia devi viverla sulla tua pelle mentre la scrivi, devi far finta che stia accadendo a te per riuscire a essere reale. Gli ultimi due capitoli della prima parte sono stati gli ultimi due che ho scritto. Mi sono sentita triste e vuota per giorni a seguire, le storie hanno il loro peso emotivo quando le leggi, ma molto di più quando le scrivi.

 

Stai lavorando a qualcosa di nuovo? Puoi darci qualche anteprima?

Ho iniziato quello che dovrebbe essere il mio terzo romanzo, poi ho dovuto buttare giù la traccia di un altro per un corso di scrittura. Nel mezzo ho elaborato un racconto per una raccolta curata con altri autori emergenti e ho percepito forte e chiaro il potenziale per ampliare quella storia. Il risultato di questo disordine, è che al momento non so neanch’io su cosa puntare. “Romanzo n.3”, chiamiamolo così, non saprei nemmeno come definirlo, non riesco a dare un’anticipazione della trama senza pasticciare e fare spoiler. Il secondo progetto è un romanzo di viaggio, dove c’è questa ragazza che si ritrova a lavorare per una rivista di viaggi e viene spedita in missione suo malgrado. Se volete un’anteprima del terzo – se mai vedrà la luce come progetto più ampio – la trovate sotto forma di racconto nella raccolta I colori dell’anima.

Magari alla fine cestino tutto e salta fuori una quarta idea, sono un po’ disordinata nei miei processi creativi.

 

In quale genere letterario ti piacerebbe cimentarti in futuro?

In quale genere mi piacerebbe cimentarmi? Credo che un life goal assurdo sarebbe essere ingaggiata per scrivere uno dei romanzi dell’universo espanso di Star Wars. Disney, mi senti? Prendi me, scegli me, ama me! Stando un po’ coi piedi per terra, mi piacerebbe tantissimo scrivere uno Young Adult, è il genere in cui più di tutti vorrei cimentarmi, ma scriverne uno non è così facile come potrebbe sembrare. Poi, da grande appassionata di thriller e distopici, non nego che amerei mettere la mia firma su uno di questi generi, ma sono abbastanza autocritica e consapevole del fatto che il mio stile personale si sposi male con entrambi.

 

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