Varaldien – L’Era dei Nuovi Uomini – Lara D’Amore

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Estratto de “Varaldien – L’Era dei Nuovi Uomini” di Lara D’Amore

 

Prologo

Lesìr, Dimora degli Indovini.

 

Tra pareti a specchio, soffitti affrescati e pavimenti cristallini, le statue della Triade divina imperavano nella Camera Delle Profezie.

Raffigurato come un anziano saggio dalla lunga barba con stretto al petto il libro dell’Umanità, la scultura alabastrina del dio del Tempo, Kronos, era a sud dell’ambiente e posava il suo sguardo saggio su Gaia, dea della Luce e della Terra. Ella dimorava al centro della sala, una figura di marmo roseo con le mani a proteggere il grembo gravido della vita nel mondo. Osservata severamente a nord da Thanatos, dio della Morte e delle Tenebre, che con le sue fauci spalancate le rammentava il possesso di ogni spirito, Gaia era scolpita con il corpo di una donna bellissima, dai lunghi capelli e lo sguardo assorto, rivolto di fronte a sé. Quella notte, posato in direzione dell’Indovino di guardia alla sala.

Accennava un sorriso dolce, benevolo. Un sorriso dal quale l’Indovino udì improvvisamente una voce proferire un messaggio.

L’umanità ha sofferto abbastanza e gli dèi sono infine pronti a elargire il perdono.

Nel regno degli uomini più vasto e florido, dove le maree d’inverno ne fortificano i confini, questa notte nascerà un uomo favorito dagli dèi, che li servirà con il cuore e con la spada. Un uomo giusto, al quale farò dono della magia della Luce nel suo decimo genetliaco.

A voi Indovini, io dico: partite questa notte e onorate con i vostri servigi il Prescelto e il suo re. Gli dèi vi assistono nel vostro compito.

Gaia, la signora della Terra, aveva parlato.

Nel tentativo di inchinarsi al cospetto della dea, l’Indovino barcollò sul posto; il contatto l’aveva sconvolto e dall’irruenza con cui i fratelli spalancarono le porte della sala un attimo più tardi, ebbe conferma che anch’essi erano altrettanto turbati.

Le loro sagome, avvolte in grigi sai di canapa grezza, si avvicinarono alla statua della sacra genitrice come uno sciame d’api verso l’alveare. Si inginocchiarono ai piedi della dea senza dire una parola; gli occhi privi di pupille e i tratti somatici del tutto anonimi non mostravano le loro reali emozioni, ma il fratello guardiano le percepì chiaramente dal flusso di pensieri che lo investì con intensità.

La dea aveva parlato. Continuavano a gridarlo nel loro silenzio. Sorpresi. Intimoriti.

Erano trascorsi diversi secoli dall’ultima volta che la Triade aveva proferito loro il suo volere. Troppi, tanto che anche gli Indovini più longevi ne avevano perso la memoria e il motivo del silenzio divino non fu più tramandato alle successive generazioni. Certamente, l’abbandono degli dèi fu causato da un errore degli uomini. Irreparabile, inassolvibile.

Un errore che quella notte il guardiano e i suoi fratelli giurarono di non commettere.

La dea Gaia aveva parlato e loro avrebbero obbedito alla sua volontà. Sarebbero partiti al più presto dalle Vette Azzurre di Lesìr, senza aspettare l’alba del nuovo giorno.

E mentre i fratelli si congedavano dallo sguardo di pietra della Triade, il guardiano percepì un ultimo, spiazzante, mormorio. Non era una voce. Non una sola. Erano a centinaia.

E verrà il Caos.

Verrà al mondo da un grembo maledetto. Protetto da una culla di sventura.

L’Indovino aspettò immobile il ritorno dei fratelli nella stanza, ma i loro passi divennero un tutt’uno con la calma del tempio. Nessuno, tra loro, fece ritorno nella Camera delle Profezie. Nessuno aveva sentito quelle voci.

L’ultima profezia non era stata condivisa.

Era sua. Soltanto sua.

 

 

Capitolo 1

Al tramonto il suo esercito stava ancora sfidando l’impossibile nel Gran Deserto di Mohal. Del resto, sapeva di averli coinvolti in una battaglia dove il loro coraggio non avrebbe potuto nulla contro la magia di un nemico immortale; erano carne da macello contro l’eternità della sabbia che continuava a ergersi sotto forma di guerrieri spietati, plasmati dalla voce del vento e poi usati come pedine. Rosso l’orizzonte, rossa la terra. Rosso il sangue dei caduti. Troppi per non lasciarsi sfiorare dal timore di fallire. I suoi grandi occhi da sognatore sfuggirono alla ferocia di quello scenario in cerca della fermezza perduta, ritrovandola nello stendardo del suo regno.

Il regno di Varaldien.

Sventolato con fierezza dalle mani del portabandiera, lo stendardo sembrava squarciare il rosso dilagante tutt’intorno con il turchese e l’argento delle sue due spade incrociate, per poi inghiottirlo nel blu delle onde da cui emergevano le tre stelle dorate, simbolo della triade divina.

Qualsiasi attacco al soldato incaricato di proteggerlo veniva sventato dalla possente ascia del barbaro dell’est. Reven, figlio di Mòrekr delle Terre del Vento, era sempre pronto.

Cavalcò tra le correnti d’aria e si avvicinò al barbaro, fino alla distanza di un’ombra dall’altro. Notò che non aveva riportato una sola ferita pur indossando semplici protezioni di cuoio, fatta eccezione per un elmo in acciaio dal lungo corno d’avorio con cui graffiava l’irruenza della tempesta. Una fortezza di carne difficile da arrestare, persino per un nemico imbattibile; un faro guida per gli alleati, con la sua statura fuori dal comune e le sue urla capaci di sovrastare quelle del deserto.

Gridava a pieni polmoni quel gigante, ogni qualvolta polverizzava un avversario sotto i colpi della sua ascia. Gridava con fierezza, anche se per una vittoria che sapeva essere solo momentanea.

«Per la gloria di Varaldien! Per il principe Kalahm!»

Si commosse. Quanto orgoglio e quanto cuore donava quel figlio dell’est a un regno con il quale si era alleato anni addietro. Quanta lealtà verso Kalahm Aliker, principe di quelle terre tanto a nord della sua isola. Reven era pronto a dare la vita per far sì che Kalahm potesse, nel mentre, stanare e affrontare il vero nemico nascosto da qualche parte nel deserto, tra le mura di un tempio invisibile all’occhio umano. Come tutti loro credeva nelle sue abilità, per cui non temeva la sconfitta in quel campo tanto arduo ai mortali, convinto che il successo di quella missione fosse solo questione di tempo e perseveranza. Kalahm infatti era l’uomo più vicino agli dèi e le sue gesta erano scritte nel grande libro del fato.

Così raccontavano gli Indovini, per i quali non c’era alcun dubbio sull’esito di quella battaglia. Era una missione voluta da Gaia, dea della Terra e della Luce, ragion per cui Kalahm Aliker, da Lei Prescelto, non poteva che essere destinato ad aprire le porte del tempio in suo onore e prendere il comando dei suoi più fedeli servitori, gli Evocatori della Terra, da sempre ostili agli uomini. Era stata Gaia a chiedere al Prescelto che gli Evocatori fossero condotti a Varaldien spezzando il loro secolare ruolo di sacerdoti eremiti nel deserto; perciò, fino alla conquista del tempio, occorreva resistere contro la loro magia. Una volta domati gli Evocatori, tutto intorno sarebbe tornato a essere un inanimato scenario di desolazione, i guerrieri del deserto sarebbero tornati polvere e la tempesta di sabbia sarebbe cessata. Dovevano solo stringere i denti e resistere fino ad allora. Perché era il loro destino. Erano gli dei a chiederlo.

Si riscosse dai suoi pensieri e recuperò la grinta per incitare gli uomini alla resistenza, tuffandosi nel vivo della battaglia.

«Alle tue spalle, Reven!»

Lo avvisò qualcuno al galoppo del proprio destriero, piantando una freccia dritta nella nuca di un assalitore appena risorto dalla polvere e subito rispedito a farne parte. Il barbaro si voltò con aria sorpresa e lanciò un sorriso di gratitudine in direzione della freccia. Non un bel sorriso, osservò, ma comunque onesto, come onesti erano i suoi occhi scuri.

«Un colpo davvero notevole, principessa Aliker!» disse riconoscendola. E lei si illuminò di soddisfazione, iniziando a trottargli intorno più per pavoneggiarsi che per proteggerlo realmente da ulteriori attacchi.

«Ancora quest’inutile formalità, Reven, figlio di Mòrekr?» lo bacchettò allegramente, dietro uno sbuffo scherzoso. «Ho perso il conto di quante volte, negli anni, ti abbia già concesso il permesso di chiamarmi Tara.»

«Ancora una, mia signora,» rispose il barbaro. «Ancora una volta e poi mi deciderò a chiamarti per nome.»

Erano le solite parole prudenti e gentili per le quali Tara finse disappunto, consapevole che, in quel modo, l’avrebbe seguita con lo sguardo finché non si fosse riconciliato con lei. E in effetti, Reven la osservò come aveva supposto; aveva persino la sensazione di percepire il suo batticuore, mentre lei, alle prese con due nuovi bersagli che avanzavano dentro a una nube di polvere, mirava e scoccava una freccia contro ognuno, centrandoli entrambi. Certa di ricevere altre lodi sollevò la visiera del suo sottile copricapo in argento, svelando un acceso rossore sulle guance.

«Che poi non c’è stato nulla di notevole nel mio intervento: è risaputo che io sia l’arciere più lesto di Varaldien,» borbottò, fiera di sé. Ma come sempre, Reven non tardò molto a rovinarle l’umore.

«Non saprei. Di sicuro, però, sei l’arciere più giovane tra tutte le terre conosciute.»

Eccola, la solita questione sull’età. Tara mal sopportava l’idea che quel barbaro aveva di lei, della principessina ancora quindicenne da proteggere in questa sua prima e inattesa battaglia, quando invece riteneva di essere già una valida guerriera, capace di badare a se stessa. Si era chiesta in più occasioni se dipendesse dal suo corpo minuto che sosteneva a malapena una leggera protezione in acciaio e argento sulle spalle, il petto e gli arti, se fosse per via dei lunghi boccoli color miele, indomabili malgrado tentasse di legarli in due pratiche trecce, o per i grandi occhi turchesi incastonati in un visetto tondo, dai tratti ancora infantili. Alla fine era arrivata alla conclusione che il vero motivo fosse Reven stesso, nel suo legame paterno con la fanciulletta indifesa che era stata cinque anni prima. Un atteggiamento protettivo che, per quanto lusinghiero potesse apparire agli occhi di una qualunque nobildonna del nord, era per lei un pesante fardello da sopportare.

«Beh, giovane o meno, in ogni caso sarebbe carino da parte tua ringraziare chi ti ha appena salvato le barbariche chiappe!» Tara si sfogò urlando, assorbita com’era dalle sue personali frustrazioni. Ma si pentì amaramente e anche in fretta.

Non si era accorta, infatti, della minaccia di un guerriero riemerso dalla sabbia e, se non fosse stato per la prontezza dei riflessi di Reven, quelle parole piccate sarebbero state le ultime che gli avrebbe dedicato in vita, un pensiero agghiacciante che le torturò la schiena con intensi brividi.

Trattenendo il respiro, rimase immobile sul suo cavallo mentre il compagno infliggeva un’impressionante serie di colpi all’essere immortale, con una ferocia che gli alterava i lineamenti del viso. Persino la voce era più roca, un richiamo di guerra spaventoso che nulla aveva a che fare con la consueta gentilezza del suo timbro. Pietrificata per tutto il tempo dello scontro, non si azzardò ad aprire bocca neanche quando, a pericolo scongiurato, Reven la fulminò con un’occhiataccia e le disse quel grazie a cui tanto ambiva.

Sentiva di meritarsi quello smacco, ma a dispetto della coscienza che le suggeriva umiltà sfuggì alla punizione iniziando un nuovo discorso.

«Accidenti! Tra tutta questa polvere e il caos della battaglia, non riesco a rintracciare mio fratello da nessuna parte: l’hai forse visto?» domandò. E Reven le sorrise, come nulla fosse accaduto.

«Non ne ho idea, ma scommetto che, se lo cerchi in questo caos, lo troverai al fianco di vostro cugino Martien e di quel pazzo di Zoral. Ti basterà rintracciare tre spavaldi privi di elmo, al galoppo su cavalli senza sella.»

«Quel trio di idioti!»

«Dopo questa bravata, le loro chiappe urleranno per giorni.»

Risero insieme nell’immaginare la scena, spazzando via dalla memoria il loro contrasto. Erano di nuovo in sintonia, in coppia contro numerosi avversari alla conquista di una duna, dalla cui vetta poi esaminarono la situazione.

Quel che si presentava non era uno spettacolo confortante. Per Tara risultò difficile accettare la carneficina che si presentava sotto i suoi occhi, non era preparata a tanta morte e si sentì bruciare la gola per la voglia di gridare il suo dolore.

Fu grazie a Reven che superò il momento. Ancora una volta, il compagno capì cosa le passasse per la testa e zittì la sua sofferenza, indicandole sullo sfondo di tanta desolazione tre cavalieri lanciati al galoppo, dritti contro un turbine di sabbia che avanzava minaccioso verso il campo di battaglia.

La giovane guerriera riconobbe subito le tre figure: quella a sinistra, esile e nera, non poteva che essere di Martien Renard, mentre alla destra ben più robusta e priva di adeguate protezioni era quella di Zoral Reid. Ma quella che catturò l’interesse di Tara era al centro della formazione, brillava di argento e di blu e impugnava la spada della famiglia Aliker, tenendola con fierezza protesa dinanzi a sé.

Era Kalahm, il Prescelto. Kalahm, l’amato fratello.

Li seguì con lo sguardo incedere verso la tempesta, in religioso silenzio. Non fiatò nemmeno Reven, tanto che entrambi poterono distinguere le loro urla nel momento in cui il mostro di vento e sabbia li inghiottì. La loro traversata saziò la furia del vento, il vortice sfumò oltre l’orizzonte senza restituire alla terra i corpi dei tre guerrieri di Varaldien.

Di colpo calò la notte e, insieme alla sua oscurità, mille occhi di stelle si accesero a osservare dall’alto del cielo la guerra impossibile tra uomini ed Evocatori. E fu allora che avvenne sul campo qualcosa di nuovo.

Qualcosa che per Tara significava speranza.

Il respiro del vento era stato assorbito dal vortice d’aria nella sua fuga verso l’alto, lasciando i servi degli Evocatori senza spirito, incapaci di rianimarsi dalle sabbie del Gran Deserto. Non erano più imbattibili, cessavano di esistere sotto ai colpi dei soldati del Nord. La principessa deglutì la sua incredulità, scambiando con il barbaro uno sguardo perplesso.

«Che Kalahm abbia trovato il tempio?» bisbigliò, quasi temesse che dichiararlo ad alta voce potesse spezzare l’incantesimo.

Vide Reven liberarsi dell’elmo e grattarsi il tatuaggio di una volpe sul lato sinistro della nuca, gesto che le comunicò tutta la sua eccitazione, ancor prima di aprir bocca.

«Kalahm Aliker è la Forza divina e i suoi fidi compagni sono la Morte e la Follia. Con una triade simile, nessun luogo può restare occultato per sempre.»

Le guance di Tara si infiammarono d’emozione; l’euforia calpestò l’insicurezza che le aveva tanto tormentato il cuore e le rinnovò il vigore perduto.

«Ci sono riusciti», mormorò con un largo sorriso. «Ci sono riusciti davvero!»

Con un colpo di redini, la principessa guerriera spronò il cavallo a calarsi nella piana sottostante per raggiungere i suoi soldati. Notò che le loro grida impregnavano ancora le dune, ma suonavano in modo diverso. Non era più la morte a farle vibrare. Era la vittoria.

La vittoria che aspettava Kalahm Aliker, alle porte del tempio.

 

 

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