[#Anteprima #gratis] Un vizio innaturale – KJ Charles

[#Anteprima #gratis] Un vizio innaturale – K. J. Charles

Estratto del prologo de “Un vizio innaturale” di K. J. Charles

 

Prologo

LONDRA, 3 DICEMBRE 1872

Se c’era una categoria di clienti che Justin Lazarus detestava più di tutte le altre, era quella dei piagnucoloni.

In realtà, non era vero. Detestava allo stesso modo quelli che toccavano tutto, e quelli che abbaiavano ordini come se lui fosse una specie di valletto tenuto a consegnare i messaggi provenienti dall’aldilà su un vassoio d’argento. In realtà, ora che ci pensava, detestava tutti i clienti che gli si sedevano di fronte. Ma soprattutto odiava le lacrime, il moccio e l’obbligo morale di offrire comprensione.

Questa cliente poi non era nemmeno una preda allettante: una donna stropicciata, come un foglio di carta usato troppe volte, che sembrava consumata dalla vita. Poteva avere un’età qualsiasi compresa tra gli sciupati trenta e i giovanili cinquanta, ma era facile intuire che un tempo fosse stata bellissima. Justin trovava che la bellezza fosse una qualità sopravvalutata; c’era però un che di inquietante nel modo in cui lo spettro di quel passato splendore infestava il volto devastato della signora Godfrey.

Se davvero era stata l’odalisca che lui immaginava, non doveva esserle servito a molto nella vita. La donna sedeva all’estremità opposta del tavolo, in un abito informe, simile a un sacco grigio sbiadito. Aveva le guance incavate e gli occhi rossi, e piangeva in uno straccio di fazzoletto mentre parlava dei suoi bambini perduti.

Justin vagliò i dettagli con consumata esperienza. La signora Godfrey aveva avuto due figli gemelli, Pen e Greta, che erano scappati dal “gregge”, come lo chiamava lei – che fastidio – all’età di quattordici anni, circa otto anni prima. La donna non portava la fede nuziale, né mostrava segni di averne mai indossata una, e non aveva fatto cenno né a un marito, né al padre dei gemelli. Non sapeva se i suoi figli fossero vivi o morti, né se si trovassero a Londra. Non lasciava il “gregge” da oltre due decadi ed era chiaramente terrorizzata dalla ruggente metropoli, nella quale si era imposta di recarsi, abbandonando l’isolamento rurale, nella vana ricerca dei suoi bambini.

«Cosa le fa pensare che siano qui?» domandò lui, simulando nella voce una nota di cortese interesse che non provava affatto.

Lei si asciugò le lacrime. «Tutti vengono a Londra, non è così? Pensavo di chiedere a qualcuno…» Il resto della frase si dissolse in una successione di umidi singhiozzi. Era possibile che fosse andata così. Ma davvero la donna aveva immaginato di arrivare nella capitale di un Impero, la città più grande e popolosa del mondo, e chiedere: “Avete visto i miei bambini?”

«Volevano unirsi al circo,» continuò lei nel fazzoletto bagnato. «Hanno sempre adorato fare salti e capriole, anche quando avrebbero dovuto pregare. Il Pastore diceva che erano disubbidienti. Ma io li ho portati alla fiera, quella itinerante… non avrei dovuto farlo, però Greta mi ha pregata e implorata e alla fine… beh. Ce li ho portati e loro sono scappati. Se ne sono andati quella notte stessa. È stata colpa mia, io li ho esposti alla tentazione e non ho mai… mai…»

Justin distese il viso in un sorriso empatico. La signora Godfrey lo pagava una ghinea per una seduta di un’ora – cosa che sembrava potersi permettere a malapena – e, stando ai suoi calcoli, ne aveva già sprecata metà a piangere.

«Voglio i miei bambini,» singhiozzò lei. «Voglio sapere… Ho risparmiato per due anni per poter venire qui e ho dovuto nascondere il denaro. Il Pastore diceva che avevano smarrito la via, ma io dovevo sapere. Ho… ho chiesto in giro e tutti mi hanno detto che lei era il migliore e…» Gli afferrò la mano. «La prego. Può dirmi dove sono i miei bambini?»

Justin diede un colpetto rassicurante alle sue dita sottili. Su, su. Hai risparmiato per due anni per cercare i tuoi bambini smarriti, e spendi i tuoi soldi per uno spiritista invece che per un detective privato. Inutile manico di scopa gocciolante. Su, su.

«Ha qualcosa che appartenesse a loro?» domandò, appena la tempesta si fu placata un poco. «Qualche ricordo, vestiti, lettere…?»

Lei annuì energica e, dalla borsa che portava con sé, estrasse una cornice. Era un oggetto da quattro soldi; aveva il vetro crepato e racchiudeva un disegno a matita. Glielo porse. Justin gli diede una rapida occhiata in cerca di qualcosa di utile.

C’erano tre volti. Due ragazzi, un maschio e una femmina, molto simili tra loro. L’artista aveva catturato il loro disagio adolescenziale – la ragazza con la mandibola spinta in fuori, con aria caparbia, e lo sguardo circospetto del ragazzo – ma anche la promessa di una futura bellezza. Se avevano preso dalla madre, erano di certo diventati splendidi. Perché la Emmeline Godfrey che lo fissava dal ritratto era deliziosa, proprio come Justin l’aveva immaginata. All’epoca, l’artista doveva aver ignorato le rughe e l’espressione tesa, ma otto anni e la scomparsa dei suoi figli avevano imposto alla donna un pesantissimo tributo.

«Lei e i suoi figli,» mormorò, facendo scorrere delicatamente le dita sopra il vetro. «Mmm. Tenevano molto a questo disegno?»

La donna sgranò gli occhi. «Pen diceva che avremmo dovuto farlo alla fiera. Lo ha pagato di tasca sua, me lo ha dato e… è successo il giorno prima che se ne andassero. Sono certa che volessero che avessi un loro ritratto…» Le sue spalle sussultarono con un movimento convulso.

Justin annuì, proprio come se fosse stato quello il punto a cui aveva voluto arrivare. «Sì, questo spiega ciò che percepisco. Una connessione debole, ma intensa. Eccellente, signora Godfrey. Adesso, chiediamo aiuto agli spiriti.»

Di lì in poi era normale routine. Di solito, avrebbe trovato almeno uno dei gemelli oltre il velo e avrebbe convinto la cliente a tornare una volta a settimana per parlare con loro, per mesi o magari anni. Ma era chiaro che quella donna aveva troppo poco denaro di cui approfittare, e dubitava che sarebbe riuscito a sopportare i suoi piagnistei se le avesse detto che i suoi figli erano morti. Fece una ragionevole sceneggiata, parlando con e come il suo spirito guida Benny Bone, finché lei non iniziò a guardarlo con gli occhi sgranati, del tutto convinta. Allora Justin andò dritto al sodo.

«Non si trovano oltre il velo,» le disse, rivolgendole uno sguardo persuasivo. «I suoi figli sono vivi e felici. Benny vede… del movimento, vede… dei viaggi? Energia, moltissima. Una vita vibrante.» La donna continuava ad annuire. «Oh, sì. Vedo che si sentono realizzati.»

«Sono insieme?»

«Nel corpo o nello spirito,» la rassicurò lui. «Il loro legame è potente, in grado di superare qualunque prova. Mi lasci guardare, adesso. C’è una stanza rossa, o forse una tenda rossa? Sono entrambi lì dentro. E… oh, mi lasci guardare, c’è un oggetto, una cosa piccola. Di legno. Intagliato. Significa qualcosa?»

La signora Godfrey annuì in modo frenetico. «La bambola di Greta. L’ha portata via quella notte. Oh, signor Lazarus.» Ora aveva gli occhi lucidi di gioia, le mani tremanti e strette insieme. «Riesce a vederli? Sono vivi? Dove

Justin allargò le braccia. «Gli spiriti non comprendono le nostre vite terrene, né il concetto di tempo o spazio. Non posso darle un indirizzo, solo delle impressioni. Uno… ecco, quale dei due ha una cicatrice sul ginocchio?»

Fu sorprendente, davvero, il modo in cui la felicità alterò il viso della donna. Il sollievo era alimentato dalla fede. I suoi figli dovevano essere vivi e in salute e lui doveva averle detto la verità, perché le aveva raccontato molte altre cose ed erano tutte vere: come ad esempio il fatto che uno dei gemelli, in passato, fosse caduto o che possedesse un oggetto di legno.

Tanto bastava per portare un cliente alla disperazione. Justin tirava a indovinare, sfruttando possibilità e probabilità. E i partecipanti alle sue sedute si aggrappavano alle risposte corrette e dimenticavano quelle sbagliate, dicendogli che era un miracolo.

Le fornì rassicurazioni adeguate al compenso di una ghinea, dato che calcare la mano non gli costava niente: abbastanza da non lasciarle dubbi sul lieto fine dei suoi. Non che provasse alcuna simpatia per loro – era certo che i due mocciosi avessero avuto le loro buone ragioni per scappare, e che probabilmente fossero finiti a marcire in un fosso già da un po’ – ma si trattava di una questione di orgoglio professionale.

Quando ebbe terminato, osservò la donna portare le mani alla borsa, in un vortice di lacrimosa gratitudine, e poi vide la sua espressione cambiare.

«Il mio borsellino.» La signora Godfrey iniziò a cercare in modo convulso, rovesciando il contenuto della borsa sul tavolo. «Il mio borsellino. I miei soldi!»

Hai voglia di scherzare, pensò Justin. Un’intera ora del suo tempo non pagata? «Signora,» la richiamò, in tono di gentile ammonimento.

«Il mio denaro è sparito.» Aveva il viso bianco come il gesso. «Dove… cos’è accaduto?»

Justin era fin troppo abituato ai clienti che “dimenticavano” il portafogli, e aveva i propri metodi per rendere vano quel genere di condotta. A parte questo, era del tutto verosimile che quella campagnola spiantata fosse stata borseggiata. L’unica cosa che avrebbe potuto proteggere quella poveretta dai ladri era la sua evidente povertà; ma c’era un sacco di gente là fuori – così affamata da essere disposta a sgobbare per ore e ore – che avrebbe trovato invitante anche un bottino di pochi penny.

A ogni modo, Justin voleva essere pagato.

«Le porterò la sua ghinea,» affermò subito la donna. «Il denaro ce l’ho, ne ho altro nella mia stanza. Tornerò a pagarla. Lo prometto.»

«So che lo farà,» la rassicurò lui. Prese il prezioso ritratto, lo appoggiò sullo scaffale alle proprie spalle e la vide fare una smorfia. «Lo conserverò per lei fino al suo ritorno. Nessun disturbo. Grazie mille, signora Godfrey.»

In circostanze simili, alcuni si facevano pagare di più per restituire gli oggetti di valore. Justin non era uno di quelli. A lui non servivano reliquie legate a ricordi altrui, e non aveva alcun desiderio di aprire un monte di pietà. Tutto ciò che desiderava era il suo compenso e, non appena la donna fosse tornata con il denaro, lui le avrebbe restituito il suo disegno.

Ma la donna non tornò quel giorno, né quello successivo, né mai. Dopo una settimana, Justin smise di aspettarla. Mandò il suo aiutante al banco dei pegni per cercare di vendere il ritratto per uno scellino, e si dimenticò completamente di Emmeline Godfrey.

 

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