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[#Anteprima] [#gratis] Sugar Daddy – Edizione italiana – Sawyer Bennett

In anteprima un estratto gratuito dell’edizione italiana del romanzo “Sugar Daddy” di Sawyer Bennett!

Buona lettura!

Capitolo 1

Sela

 

«Portami una birra, ti spiace?» mi grida dietro Mark.

Io alzo gli occhi al cielo, faccio dietrofront e torno verso il frigorifero. Lo apro, afferro una Bud e richiudo la porta con un colpo d’anca, prima di tornare in salotto.

«E i Doritos,» aggiunge. «Ho bisogno di uno spuntino.»

Alzo di nuovo gli occhi al cielo e torno indietro. Agguanto il sacchetto mezzo vuoto di patatine dal bancone e mi dirigo in salotto. Giro intorno al divano e getto la busta a Mark, prendendolo in pieno petto. Lui afferra gli snack e io gli porgo la birra. La prende senza nemmeno guardarmi in faccia, tiene gli occhi incollati alla TV. Sta guardando uno di quei dozzinali show di intrattenimento che trasmettono servizi su star di Hollywood, atleti o concorrenti di reality show appena usciti dalla riabilitazione, che tentano di piazzare il loro nuovo best seller su come superare la dipendenza.

Mi lascio cadere sul divano accanto a lui, mi piego in avanti e prendo un grosso libro dal tavolino.

Sviluppo cognitivo.

Bah.

«Hai intenzione di studiare o solo di guardare la TV?» chiedo, mentre apro il testo e salto al capitolo ventidue.

«Guardare la TV,» risponde lui, la bocca piena di Doritos. Nell’aria c’è ancora il dolce profumo del bong che ha fumato.

Mark è carino e tutto il resto. Ci siamo conosciuti parecchi mesi fa alla Golden Gate University, quando entrambi stavamo per iniziare il programma di counseling in psicologia per la laurea specialistica. Tra noi c’è stata un’attrazione immediata anche se a volte, la differenza di quattro anni si fa sentire.

Ci ho messo un po’ a laurearmi. Dati i miei problemi e tutto il resto, sarebbe un eufemismo dire che, per qualche tempo, ho avuto il cervello scombinato. Per non parlare di alcuni ricoveri in psichiatria. E della morte di mia madre per aneurisma, tre anni fa. Ho conseguito la laurea alla veneranda età di venticinque anni e ho cominciato il master l’autunno scorso. Adesso ne ho ventisei. Non sono esattamente una vecchia, ma Mark ne ha ventidue e le differenze tra le nostre priorità sono evidenti. Andare alle feste costituisce ancora una grossa fetta della sua vita, e non prende lo studio sul serio quanto me. Io, d’altro canto, non fumo erba con il suo stesso impegno.

Ma non è importante, davvero. Non nutro sufficiente attaccamento emotivo nei suoi confronti, non mi importa niente se fallisce. Va bene per farsi qualche risata. E, anche se nel migliore dei casi il sesso con lui è mediocre, la cosa non mi infastidisce più di tanto. Proprio come con tutti gli altri uomini con cui, negli anni, ho avuto un qualche coinvolgimento sessuale, il nostro è un reciproco scambio di benefici: io permetto loro di usare il mio corpo per venire e loro, in cambio, mi fanno sentire degna del loro orgasmo. Ho questo modo incasinato e contorto di ragionare, che nessuna consulenza psicologica finora è riuscita a sistemare. Di solito il nostro patto da “amici con benefici” funziona bene, eccetto quando Mark viene da me, si sballa e mangia Doritos finché non gli puzza il fiato. Data la situazione attuale, stanotte andrà in bianco, sicuro come l’inferno.

Meglio così. Devo studiare per un grosso esame domani e ho intenzione di passarlo con il massimo dei voti, che Mark faccia lo stesso oppure no. Siamo alla fine del primo anno di master e io sono a metà percorso. È un traguardo che non posso sacrificare.

Succhio il minuscolo anello che mi attraversa il labbro inferiore, un regalo che mi sono fatta quando sono stata accettata nel programma. Si è unito ai due anellini coordinati nel mio sopracciglio sinistro. E mi auguro di riuscire ad accumulare abbastanza turni extra alla tavola calda per aggiungervi anche un bridge piercing. I piercing al viso sono diventati la mia nuova ossessione; la dolce agonia del metallo che perfora la carne è – oh! – meravigliosa per me. Quando ho esaurito lo spazio sulle orecchie, sono stata costretta a spostarmi sulla parte centrale del viso.

Mark appoggia i Doritos accanto a sé, sul divano, e strofina le dita arancioni sui jeans. Prende un sorso di birra e mi piazza la mano sinistra sulla coscia. Appoggia la testa sulla mia spalla e dice: «Ti va di giocare un po’?»

Lo allontano con una violenta scrollata di spalle: «Non ora.»

«Ma sono arrapato,» si lamenta lui.

Per niente attraente.

«Lo sei sempre,» replico, mentre cerco di concentrarmi sulla prima riga del paragrafo.

«Di solito lo sei anche tu,» mi fa notare, risalendo la mia coscia con la mano.

Alzo gli occhi al soffitto, perché non è del tutto vero. Mi limito a cedere ogni volta che lui ha voglia.

Chi se ne frega.

Faccio scivolare lo sguardo sullo schermo del televisore, passo oltre, poi noto qualcosa di vagamente familiare e riporto subito gli occhi sulla TV.

Stanno intervistando un uomo attraente e dall’aspetto familiare. Indossa un completo sartoriale grigio antracite, una camicia bianca e una cravatta azzurro pallido. Mentre parla con la reporter sorride, esibendo un paio di fossette.

«… il successo di The Sugar Bowl ha superato ogni nostra aspettativa,» spiega con occhi scintillanti. «Questo dimostra al mondo che nella nostra società c’è un sacco di spazio per le relazioni non convenzionali.»

La giornalista (se così si può definire, dato che si tratta di un canale di “notizie” legate al mondo dell’intrattenimento) disincrocia e incrocia di nuovo le gambe lunghe e sensuali, sotto la gonna corta. Cerca di suonare incisiva mentre si piega in avanti, mettendo in mostra la profonda scollatura della sua camicetta, e domanda: «E che mi dice dei detrattori che sostengono che lei si occupi semplicemente di prostituzione?»

L’uomo emette una risata seducente, quindi toglie un pelucco immaginario dalla gamba che tiene accavallata sopra l’altra con eleganza. «Non vi è alcun pagamento a fronte di prestazioni sessuali. The Sugar Bowl si limita a richiedere ai nostri Sugar Daddy una commissione per iscriversi al sito e iniziare a fare conoscenze. Nessuno dei contratti stipulati in seguito riguarda il sesso; si parla solo di rapporti di natura amichevole.»

«Tuttavia i rapporti sessuali vengono consumati,» osserva la reporter con voce setosa.

«Certo che sì,» ammette lui con un sorriso languido. «Le persone fanno sesso. È una delle cose che fa girare il mondo.»

Dissolvenza in nero e poi il filmato di una spiaggia tropicale. L’acqua è cristallina, con una sfumatura azzurra, e la sabbia di un bianco immacolato. La voce della giornalista accompagna la ripresa: «Jonathon Townsend non si vergogna mai di parlare di sesso e, a quanto pare, ne fa in abbondanza grazie alla cospicua riserva di Sugar Baby che ogni giorno si riversa nella sua azienda.»

La telecamera zooma su una coppia che gioca nell’oceano. L’uomo che è appena stato intervistato indossa un paio di bermuda aderenti sul corpo muscoloso. Una giovane e bellissima donna, dai lunghi capelli biondi, gli cinge il collo con le braccia e lui le mette le mani sul sedere. Si baciano, mentre la voce della giornalista commenta: «Si dice che l’anno scorso The Sugar Bowl abbia fruttato a Jonathon Townsend – o JT per gli amici più intimi – una cifra stimata di diciotto milioni di dollari. È indubbio che questo lo renda ancor più attraente del fisico, già delizioso, che di recente ha sfoggiato alle Maldive, mentre scorrazzava con la sua nuova fiamma. Il suo servizio conta più di cinque milioni di iscritti e cresce a un ritmo astronomico. È chiaro che la stella di JT sia in continua ascesa.»

JT?

Mi si accappona la pelle e i peli delle braccia mi si drizzano. Senza che me ne renda conto, mi prendo il polso sinistro nella mano destra e con le dita inizio a massaggiare delicatamente una minuscola cicatrice di un centimetro e mezzo. Sembra pulsare per qualche ragione, anche se non ho ancora capito quale.

Tengo gli occhi incollati al televisore. Fisso l’uomo e la donna che si baciano appassionatamente, senza preoccuparsi di essere in pubblico. Poi lui la lascia andare e si volta per sorridere alla telecamera. È allora che gli vedo il petto.

Un uccello rosso.

Una fenice in volo, con delle fiamme sulle ali e la coda.

Sulla parte sinistra della cassa toracica.

Un brivido mi scuote il corpo e un’ondata di nausea mi travolge. Deglutisco per tenerla a bada, poi mi alzo in piedi barcollando e cerco goffamente di aggirare il tavolino per raggiungere il televisore. Quando la telecamera si avvicina alla coppia, quasi sapesse di essere osservato, l’uomo noto come Jonathon Townsend guarda dritto nell’obiettivo e sorride. È così vicino che riesco a vedere che ha gli occhi castani.

Occhi castani. Che mi sembrano colmi di rammarico, ma no… si tratta solo di malizia. Una malizia crudele e beffarda.

«Accidenti, piccola… mi dispiace… a quanto pare ti abbiamo lasciato un po’ di sperma tra i capelli,» commenta con una risata di scherno.

Grido, incespico all’indietro e aggancio il tavolino con la parte posteriore delle ginocchia, cadendoci sopra con forza. Mi afferro il polso sinistro con la mano destra: adesso la cicatrice sembra strillare per la sofferenza.

«Sela… tutto okay?» chiede Mark. Ho l’impressione che la sua voce provenga dall’interno di un tamburo sigillato, perché il sangue mi affluisce alla testa con tanta forza da bloccare ogni altro rumore.

«Fuori,» sussurro. Ho la gola così secca che quelle parole mi strangolano.

«Cosa?» lo sento alzarsi dal divano, e con la coda dell’occhio vedo le sue gambe girare attorno al tavolino.

Alzo la testa, lo guardo e ripeto con voce stridula: «Fuori.»

«Vuoi che me ne vada? Adesso?»

Una rabbia rovente si gonfia dentro di me. Balzo su, i pugni serrati per la rabbia, e gli grido contro: «Fuori. Fuori. Fuori.»

Mark si allontana di scatto da me. Per un attimo, i suoi occhi si fanno tondi per la sorpresa, poi il suo sguardo si indurisce. Allunga la mano, recupera lo zaino dal pavimento e borbotta: «Stronza fuori di testa.»

Quando lascia il mio piccolo appartamento, non mi volto nemmeno a guardarlo.

Mi porto le mani alle tempie e mi strattono i capelli. Serro i pugni e tiro. Cammino avanti e indietro davanti al televisore. Ogni tanto lancio delle occhiate allo schermo, ma il programma è passato a un’altra succosa storia.

Vividi frammenti di immagini mi balenano nel cervello. Scene che ho già visto nei miei incubi e che pensavo fossero soltanto quello.

I miei polsi inchiodati al materasso.

Un dolore bruciante mentre qualcuno mi scopa il sedere.

Una fenice rossa su un polso.

«Pensi che mi succhierebbe l’uccello?»

«Ingoialo.»

«Tutto.»

Mi piego in due, avverto un violento crampo allo stomaco e poi un diluvio di vomito mi schizza fuori dalla bocca. Rigetto rumorosamente mentre, ondata dopo ondata, espello la nausea e il dolore dal mio corpo. La birra e il sandwich al tacchino che ho mangiato venti minuti fa schizzano sul mio logoro tappeto marrone. Le lacrime mi offuscano la vista, riversandosi a fiumi sul mucchio di vomito mentre il mio stomaco continua a contrarsi.

Cado in ginocchio, inspiro, ho un altro conato di vomito. Appoggio le mani ai lati del gelatinoso mucchio di dolore che impregna il mio tappeto. Anche il naso comincia a colarmi e il muco si aggiunge a quella disgustosa miscela.

Risucchio l’aria a fondo nei polmoni, imponendo al mio cuore di smetterla di battere all’impazzata per il terrore. L’impulso di riaprire la cicatrice mi travolge, terrorizzandomi al punto che comincio a singhiozzare. Non posso farlo di nuovo. Quei giorni sono finiti.

I minuti passano e io resto carponi, ingobbita sopra la schifezza sul mio pavimento. Il mio respiro comincia a regolarizzarsi, il battito del mio cuore torna lentamente alla normalità. Sollevo una mano, me ne strofino il dorso sul naso moccioso, poi lo pulisco sui jeans. Goffamente, mi spingo in piedi e rifletto sulle implicazioni di ciò che ho appena visto.

Che ho appena ricordato.

Il mio stupratore. O, almeno, uno di loro.

Un ragazzo di successo, di bell’aspetto, a capo di una specie di impero, in vacanza alle Maldive.

Si ricorda di quello che mi ha fatto?

«Ingoialo. Tutto.»

Un lampo di furiosa indignazione mi fa ribollire il sangue. Ho un capogiro quando mi rendo conto che dopo quella notte la mia vita è andata in pezzi, mentre la sua non ha fatto che migliorare. Mi ha calpestato… percorrendo una strada che lo ha portato dritto al successo. Mi ha rubato l’innocenza in molteplici modi e ha detto di aver fatto avverare ogni mia fantasia.

Qualcosa di nero e untuoso inizia a riempirmi il petto, permeando il mio intero essere. Un’ombra cupa e vischiosa mi offusca la vista e, per un attimo, penso di essere diventata cieca.

Un odio incandescente mi fa ribollire le viscere in modo doloroso.

Avverto un intenso e nauseante bisogno di tagliarmi, cosa che mi provoca altra vergogna e umiliazione.

«… a quanto pare ti abbiamo lasciato un po’ di sperma tra i capelli.»

Di nuovo, sento salire la nausea e deglutisco per tenerla a bada. Pensavo di aver superato quella merda, di aver finalmente rimesso insieme i pezzi della mia vita. Anche se non ho fatto del tutto pace con quello che mi è accaduto – perché a quanto pare non riesco a perdonare la parte che ho avuto nella vicenda – stavo andando avanti, imparando a sopravvivere agli incubi. Anche se odio l’intimità, stavo almeno facendo un tentativo con il sesso, per potermi sentire in qualche modo normale.

E quello stronzo… mi ha tolto tutto. Tutti i piccoli progressi e quel pizzico di forza che, in un modo o nell’altro, ero riuscita a raggranellare per continuare a vivere. In un battito di ciglia, Jonathon Townsend mi ha rubato tutto. E anche se il mio polso al momento non sanguina, ho come l’impressione di essere tornata al punto di partenza.

Come posso superare tutto questo?

Cosa posso fare per migliorare la mia situazione?

Come cazzo si fa a smettere di soffrire?

Poi, all’improvviso, trovo la risposta.

È quasi troppo facile.

Solo una parola, molto semplice e tuttavia giustissima.

Omicidio.

Continua a lampeggiare, mentre intense scariche elettriche mi bruciano il cervello. Capisco che ho un unico modo per sistemare tutto.

Costringerò Jonathon Townsend a pagare per quello che mi ha fatto.

 

Sawyer Bennett vi aspetta il 19 aprile!

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