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[#Anteprima] [#Gratis] Qualcosa simile all’amore – Brooke Blaine

In anteprima un estratto gratuito del romanzo “Qualcosa simile all’amore” di Brooke Blaine!

Buona lettura!

 

PRIMA

Otto anni prima…

Jackson

 

Con la missiva accartocciata nel pugno, mi allontanai impettito dall’ufficio del Preside Stewart e dalle parole che sapevo mi avrebbero perseguitato per sempre.

«Mi dispiace, Jackson. Tuo padre è piuttosto… insistente. Vuole che torni subito nel Connecticut.»

Subito… Subito… Ogni volta che quella parola mi riecheggiava nella mente, il cuore mi martellava nel petto, mi supplicava di strapparlo dal corpo, ma quella era una preghiera che non potevo esaudire.

C’era solo un motivo per cui mio padre avrebbe preteso che lasciassi South Haven prima della fine delle lezioni prevista per la settimana successiva. Era stato irremovibile sul fatto che ricevessi la migliore istruzione che il suo denaro potesse permettere e aveva scelto di mandarmi nel sud della Georgia per frequentare la più prestigiosa scuola maschile del Paese. L’avevo reso orgoglioso diventando la figura di spicco della mia classe e da giorni mi esercitavo nel discorso di apertura della cerimonia di consegna dei diplomi. Saltare la cerimonia, la pompa magna e il riconoscimento che si accompagnavano a essa? Era fuori discussione. Il che poteva significare soltanto una cosa.

Lui sapeva. In qualche modo lo sapeva.

Era l’unica spiegazione per la lettera che avevo in mano, per l’improvviso congedo a tarda sera e così vicino alla fine dell’anno scolastico. Mio padre non sarebbe arrivato dov’era se fosse stato stupido o cieco, e avevo seriamente sottovalutato quanti occhi e orecchie mi avevano osservato durante quei quattro anni. Anche se il suo interesse fosse stato suscitato dalle voci dei mesi precedenti, solo quelle degli ultimi otto potevano aver costituito motivo di preoccupazione.

E quel motivo non era una cosa ma un chi.

Quando entrai, i corridoi dello studentato St. John erano silenziosi, tutti gli studenti si trovavano in mensa per la cena, cui sarebbe seguito l’ultimo falò dell’anno. Quindi nessuno sarebbe stato in giro a vedermi sgattaiolare lungo il corridoio verso il posto dove sapevo che non sarei dovuto andare, ma non riuscii a trattenermi. I miei piedi sembravano muoversi da soli, il conto alla rovescia per la mia totale devastazione mi fece accelerare il passo. L’aereo privato sarebbe arrivato da lì a poche ore dandomi il tempo sufficiente per preparare le mie cose, ma non potevo partire senza un arrivederci. Non sarebbe accaduto.

Non ero pronto. Avrei dovuto avere più tempo. Quando iniziai a sudare freddo per il panico, strinsi più forte la lettera nel pugno e la buttai in uno dei bidoni della spazzatura mentre passavo.

Al diavolo mio padre. Al diavolo la vita che aveva deciso per me, quella che ero destinato a vivere e odiare con ogni fibra del mio essere. Volevo soffocare ogni sua speranza, gettare le sue dannate aspettative in un mare di rabbia affinché le inghiottisse e le distruggesse.

Avrei voluto che fosse così facile. Ero riuscito a ingannare me stesso crogiolandomi in un senso di libertà, ma la porta della cella stava per chiudersi sui sogni che mi ero concesso negli ultimi mesi.

La sua camera privata si trovava alla fine del lungo corridoio, era l’ultima a destra; bussai rapidamente due volte alla porta, aspettai un attimo, poi ripetei lo schema che usavamo per riconoscerci. Pochi secondi dopo, la porta si spalancò e vedere l’unico oggetto dei miei pensieri diurni e notturni davanti a me, con un mix di sorpresa e gioia negli occhi, mi fece pensare che andare lì fosse stato un errore. Avrebbe solo fatto affondare il coltello più in profondità.

«Ehi… Pensavo che ci saremmo visti più…» Lucas si interruppe e il sorriso che gli piegava le labbra scomparve mentre mi guardava meglio in faccia. «Cosa c’è che non va?»

Dovresti dirglielo. Digli cosa sta succedendo e che non è colpa tua. Guardalo negli occhi quando gli dirai che non lo rivedrai mai più.

Un dolore lancinante mi lacerò il petto nell’istante in cui mi resi conto di cosa significasse davvero quell’addio. Non stavo per dirgli che non l’avrei visto per i prossimi due giorni o per qualche settimana. Quando avessi lasciato il campus di South Haven nelle prime ore del mattino, non lo avrei più rivisto… mai più.

Dio, posso farlo? Posso spezzargli il cuore tanto quanto è spezzato il mio?

No… no, non potevo dirglielo. Mi avrebbe cercato e trovato ed era impossibile sapere cosa avrebbe fatto mio padre se fosse successo. La lettera era stata un avvertimento del mio vecchio. Disobbedire ai suoi ordini avrebbe comportato delle conseguenze che nessuno di noi due era preparato ad affrontare.

«Jackson?» Lucas abbassò la voce, poi guardò dietro di me nel corridoio deserto. Quando non vide nessuno con cui prendersela per lo stato in cui versavo, si accigliò e aspettò una risposta.

Però, non riuscii a pronunciare una sola parola, così rimasi lì a fissarlo, scattai una foto mentale che avrei conservato in un luogo dove nessuno l’avrebbe trovata e distrutta. Per puro caso la sua chioma nera era arruffata, lo conoscevo abbastanza bene da sapere che si era passato le mani tra i capelli per la preoccupazione, forse chiedendosi se quella sera avrei rispettato i nostri piani. Indossava, sulla figura lunga e snella, una semplice maglietta grigia e un paio di jeans a vita bassa, i tatuaggi neri a spirale che di recente si era fatto disegnare sulla pelle abbronzata spiccavano intorno al bicipite destro prima di scomparire alla vista dietro il materiale sottile della maglietta. Era straordinario, sia nell’aspetto che nella personalità, e affermare che non mi aspettavo che Lucas Sullivan fosse una tale forza della natura quando si era trasferito a scuola otto mesi prima avrebbe significato minimizzare.

Molto semplicemente ero innamorato perso di lui dalla prima volta che gli avevo posato gli occhi addosso.

Mi costrinsi a scrollarmi di dosso la paura. «Sto bene,» risposi, e cercai di crederci per il suo bene.

«Beh, hai un aspetto orribile.» Si appoggiò contro la porta, uno di quegli affascinanti mezzi sorrisi gli sollevava un angolo della bocca. «Comunque, sei di cattivo umore. Cosa hai fatto, hai corso fino a qui?»

Ci sei andato molto vicino. Non ricordavo nemmeno di aver attraversato il campus per raggiungere la sua stanza finché non mi ero trovato davanti all’edificio.

Quando non risi per la sua canzonatura, la sua espressione si fece di nuovo cupa, le sue sopracciglia si abbassarono e una ruga si formò tra esse mentre i suoi occhi del colore di un cielo tempestoso mi esaminavano minuziosamente per identificare la fonte della mia sofferenza. Rimase in silenzio per un lungo momento, ma dovette aver visto qualcosa che non gli piacque perché si irrigidì e serrò la mascella. Poi, prese un respiro profondo e lo rilasciò di colpo.

«Dimmelo.»

«Cosa devo dirti?» gli chiesi.

Lucas scosse la testa e incrociò le braccia sul petto. «Non ti aiuterò. Se sei venuto qui per un motivo, svelamelo.»

Lo sapeva? No, non poteva saperlo. Io stesso l’avevo appena scoperto e… No. Era impossibile. «È complicato.»

«Complicato?»

«Sì.»

Lucas fece una risatina priva di umorismo. «Jackson Davenport, sapevo che eri spaventato, ma non ti ho mai considerato un codardo. Se non vuoi farlo, tira fuori le palle e dimmelo in faccia.»

«Cosa stai… No, io…» Mi passai una mano sulla faccia e cercai di capire la conclusione a cui era giunto sul motivo per cui ero alla sua porta. Il fatto che non avessi una faccia da poker lo aveva messo sulla difensiva. Pensava che fossi lì per rifiutarlo. Era una convinzione così incomprensibile che il solo pensiero mi fece rivoltare lo stomaco. «Lucas… ti sbagli.»

«Davvero?»

«Sì. Non sono qui per…» Stavo per dirgli chiudere con te, ma non volevo mentirgli. Non lo avevo e non lo avrei mai fatto. «Litigare con te. Non voglio bisticciare,» conclusi, invece.

«Allora perché sei qui, Jackson?» mi chiese, e lo sguardo mi cadde sulla sua bocca. Avevo assaggiato quelle labbra solo poche volte, non abbastanza per placare la fame di un uomo affamato. Avevo sprecato tutti quei mesi combattendo con me stesso nella mia testa senza mai concedermi la cosa che desideravo di più al mondo. E il risultato si traduceva in una questione di ore. Non era abbastanza, neanche lontanamente sufficiente. Ma era tutto ciò che avevo e non avevo intenzione di sprecare un altro secondo.

Se non potevo dichiarare a Lucas cosa provavo per lui, allora glielo avrei mostrato.

In modo irrevocabile.

Finalmente.

E a partire da quel momento.

 

 

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