L’alterazione dei colori – Elsa Hysteria

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Estratto de “L’alterazione dei colori” di Elsa Hysteria

 

Ottobre

Amy sentì l’autobus molto prima di vedere i suoi fari spuntare dalla nebbia. Si strinse nella giacca, maledicendosi per aver lasciato a casa sciarpa, berretto e guanti, per qualche assurdo motivo, prima di partire si era convinta che fuori non facesse poi così freddo. Aveva sottovalutato l’aria gelida che proveniva direttamente dalla spiaggia, investendo senza pietà chiunque fosse stato così avventato da uscire a quell’indegna ora del mattino, con il buio e la nebbia che avvolgevano ogni cosa.

A Manchester farà più caldo. A Londra ancora di più. A Parigi riderò di fronte a un macaron all’idea che all’inizio del mio viaggio ci sia stato un momento in cui sognavo di avvolgermi in una calda coperta di lana in mezzo alla strada.

L’autobus si fermò di fronte a lei, che salì arrancando sotto al peso della borsa a tracolla in cui aveva infilato tutto ciò che una persona normale sarebbe riuscita a infilare a stento in una valigia.

«Salve,» disse all’autista, mentre cercava di tirare fuori l’abbonamento. Questi le rivolse un’occhiata svogliata e la invitò ad andare a sedersi con un cenno della mano, che fosse o meno una passeggera pagante non sembrava essere un suo problema, non a quell’ora.

Sull’autobus faceva caldo, tanto caldo, troppo caldo.

Ora Amy, unica creatura sveglia in quel mare di nebbia – oltre all’autista – quasi rimpiangeva il freddo portato dal mare. Si tolse la giacca e si adagiò contro il finestrino. Con quella linea, ci avrebbe impiegato quasi due ore per arrivare a Manchester e lei, ora che non doveva più preoccuparsi di morire assiderata o di perdere il bus, iniziò a sprofondare nei sensi di colpa.

King Francis, che l’aveva scelta e ritenuta degna di essere la propria schiava umana, avrebbe passato il resto della sua vita felina a odiarla. Se chiudeva gli occhi riusciva a rivedere nitidamente l’espressione rancorosa che le aveva riservato la notte precedente, e poi di nuovo quella mattina, quasi avesse fiutato la sorte che lo attendeva.

Liam, che aveva raccolto i cocci del suo cuore spezzato e cercato di riattaccarli quando invece avrebbe dovuto essere l’esatto opposto, si sarebbe sentito tradito e deluso. E sì, poi l’avrebbe odiata anche lui.

Janet si sarebbe maledetta per averle dato prima fiducia e poi sostegno. E l’avrebbe odiata allo stesso modo.

Richards avrebbe rimpianto le antiche tradizioni olimpiche, quando i vigliacchi venivano multati e ritenuti indegni di camminare su questa terra. E l’avrebbe odiata come gli altri.

Perfino Mark l’avrebbe odiata, perché era l’unica che se n’era andata, li aveva abbandonati, rifiutando il sostegno che le avevano offerto e rifiutandosi di aiutarli a sua volta.

Quello che tutti loro non sapevano, era quanto fosse tutto inutile. Non importava quanto le persone si tendessero la mano a vicenda, non cambiava niente, non sarebbe cambiato mai niente. Chiuse gli occhi, appoggiando la fronte al finestrino e lasciando che la sua pelle ne assorbisse l’umidità. Con una mano cercò alla cieca la giacca e la tastò fino a quando non sentì il rumore di carta stropicciata in corrispondenza di una delle tasche.

Il foglio era ancora lì.

Sarebbe rimasto in quella tasca, a meno che lei non lo avesse tolto e buttato, bruciato, fatto a pezzi, distrutto; ma non poteva fare nessuna di queste cose, perché quella pagina di carta staccata disordinatamente da un quaderno di matematica, era l’unica parte ancora intatta della sua anima.

Chissà cosa ne avrebbe pensato Jacob di tutta quella storia. Di lei che nel giro di un’ora aveva prenotato un treno da Manchester a Londra e riservato un posto su un autobus da Londra a Parigi. Di lei che aveva messo King Francis in un trasportino e lo aveva lasciato alle quattro di notte sullo zerbino di Liam. Di lei che aveva mandato un messaggio a Janet e uno a Richards, per ringraziarli e dire loro di non preoccuparsi. Di lei che non aveva salutato Mark Ellison. Di lei che li stava abbandonando al freddo e al gelo di Swanster convinta di trovare il sole nel cuore dell’Europa continentale.

 

 

Un anno prima

Ottobre

Diciassette

 

«Ogni tanto vorrei che qualcuno mi chiedesse come mi sento, che dimostrasse un po’ di interesse sincero nei miei confronti. Il problema è che chi ti chiede “Come stai? non vuole mai una risposta diversa da un misero e stringato “Bene”.»

«Non ti sembra una frase fatta e un po’ troppo banale?»

«No. È la verità e non è banale. Credo sia per questo che in fondo esiste l’arte, per permettere alla gente di elaborare il proprio disagio interiore prima di scoppiare. Trasferirlo nella propria opera. E se non è in grado di creare arte, uno può sempre sfogare il proprio disagio in quella degli altri. Che ne so, chiudersi in camera con un album metal a tutto volume e urlare.»

«Il metal è la tua concezione di arte

«Una branchia dell’arte.»

«È questo che hai consigliato a July Davies? Di chiudersi in camera e urlare il proprio disagio ascoltando musica metal? È per questo che da un giorno all’altro ha iniziato a vestirsi di nero dalla testa ai piedi?»

«No, quello è stato un incidente tra sua madre, i suoi vestiti e la candeggina. Dopo averli rovinati li ha buttati tutti in lavatrice con il colorante nero. Sembra l’incipit di un film horror.»

Jake, che si stava trattenendo da almeno due minuti, scoppiò in una risata fragorosa, mandando di traverso il pezzo di tramezzino che aveva appena messo in bocca.

«Se devi morire, fallo lontano da me. Ho già abbastanza problemi senza che qualcuno muoia sotto la mia supervisione.»

«Quindi, Amelia, come stai?» chiese lui ricomponendosi.

Insomma, confusa dalla vita. Due giorni prima c’era stata una cena di lavoro, il tipo di serata in cui:

  • si è costretti a essere presenti;
  • è necessario fingere interesse, annuire e ridere nei punti giusti delle varie conversazioni e la pizza ti rimane sullo stomaco a prescindere.

Per sopravvivere la sua mente aveva elaborato questo scenario in cui sarebbe entrata nel ristorante e al tavolo accanto avrebbe trovato S, che l’avrebbe salvata come un prode condottiero. Sarebbero poi andati ad aggiornarsi sulle reciproche vite al parco skate dietro casa sua, dove avrebbero salutato l’alba brindando con una bottiglia di vodka ormai vuota e ridendo di come la reciproca compagnia avesse fatto volare il tempo. Riusciva già a sentire l’eco delle campane che celebravano il loro matrimonio. Peccato solo che lei e S non si vedessero dalla fine delle medie. A onore della verità più assoluta, lei non ci aveva mai nemmeno parlato con S, si limitava a osservarlo da lontano durante l’intervallo, chiedendosi perché ogni singola ragazzina della scuola andasse in calore per lui. Insomma, non lo avevano mai visto Nick Carter? E Justin Timberlake? Fermi tutti, Richard Breen dei 5ive, detto ABS, ovvero addominali. No, loro andavano dietro a S, che però non andava dietro a nessuna di loro, preso com’era a sistemarsi il ciuffo biondo cenere che mieteva così tante vittime. Lei, vittima, lo era stata a posteriori, visto che si era ricordata della sua esistenza solo quella sera e senza un collegamento logico preciso con gli eventi, mentre si preparava per andare a quella cena fantastica. Incuriosita, era andata a cercarlo su Facebook, questo Dio dell’era moderna che tutto vede e tutto sa, e aveva scoperto che:

  • S aveva ancora il fantomatico ciuffo, che era sempre biondo cenere, all’apparenza niente tinte o ritrovati all’ultima moda. E osservando le foto da ogni possibile angolazione si era resa conto che in fondo poteva anche avere un suo perché;
  • faceva l’attore teatrale a tempo perso;
  • viaggiava molto per lavoro, anche se l’outfit esibito nelle foto faceva pensare più che altro a uno che andava in giro a difendere il diritto dei canguri e a prendere a calci la gente;
  • stava con una ragazza rumena che si chiamava Tatiana, che era un nome così cliché per una ragazza dell’est, da farle sospettare che in realtà fosse una spia sotto copertura.

L’ultimo punto, ovviamente, uccideva tutti i suoi filmini mentali, perché anche se S si fosse ritrovato al tavolo di fianco al suo, sarebbe stato con Tatiana; quindi niente salvataggio con tanto di armatura scintillante e stallone nero, o meglio in Vans e skateboard, visto che i tempi della corte di Arthur Pendragon erano finiti da un pezzo. Che delusione.

«Sai cosa dovresti fare, Amelia?»

Lei sbuffò. Odiava essere chiamata Amelia, e Jake lo sapeva. Da quando lo aveva scoperto, da quando gli aveva detto chiaro e tondo di chiamarla Amy o di non chiamarla affatto, lui aveva iniziato a usare testardamente il nome per intero. Sempre e comunque.

«Secondo me,» continuò Jake, «dovresti chiuderti in camera tua, mettere qualche pessimo album metal al massimo e urlare tutto il tuo disagio. Oppure piangere urlando a squarciagola le canzoni degli ’N Sync, certe cose non passano mai di moda.»

Mentre lui ricominciava a ridere senza ritegno, lei controllò l’orologio. «È stato un piacere, Jacob, ma tra pochi minuti inizia la riunione del club di teatro e sono abbastanza sicura di essere in ritardo.»

Jake aveva diciassette anni, non sarebbe mai uscito dalle superiori per quel suo piccolo vizio di farsi bocciare a ripetizione accusando una dislessia inesistente, ed era la cosa più vicina a un migliore amico che lei avesse. L’anno prima Amy era entrata nell’organico della sua scuola come assistente dell’allenatore di calcio e in breve – non sapeva se in virtù dei ventiquattro anni che non dimostrava o perché ispirasse realmente fiducia – era diventata la consulente scolastica non ufficiale dell’istituto. Era così che aveva fatto amicizia con Jake, dopo che un giorno era andato da lei a lamentarsi di come gli altri sottovalutassero la sua dislessia, salvo poi rivelarle che in realtà non aveva nulla. Gli piaceva prendere in giro tutti quei professori a cui non importava granché dei suoi presunti disturbi, pronti tuttavia a scusare qualunque sua mancanza con il fatto che a calcio era imbattibile; forse proprio per questo, a loro faceva comodo che lui non volesse saperne di diplomarsi nei tempi stabiliti. A dispetto di questo suo atteggiamento testardamente anarchico, però, Jake era quel tipo di amico che le portava cioccolatini di contrabbando quando era in ufficio sommersa di lavoro e l’allenatore non guardava, che le metteva sotto al naso cibo ciccione quando si sentiva depressa, che nell’era di WhatsApp e iMessage ascoltava pazientemente i suoi deliri vocali da venti minuti ed era in grado di capire le sue crisi post adolescenziali. Era anche lo scemo che a scuola mirava deliberatamente al suo fondoschiena quando calciava la palla, sostenendo di aver sbagliato a tirare, o che le lanciava maglie zuppe di sudore in testa non appena aveva la malaugurata idea di avventurarsi negli spogliatoi a fare qualche annuncio. Poi però, sapendo che avrebbe finito tardi con il club di teatro, correva a sequestrarle le chiavi di casa per andare a fare un po’ di compagnia a King Francis, ovvero il gatto più malefico, snob e viziato dell’intera galassia.

Il club di teatro, invece, era l’incubo personale di Amy. Secondo il preside, quanto faceva per la squadra di calcio non era abbastanza per giustificare il suo stipendio, quindi, per conservare il suo posto e mantenere il tenore di vita a cui King Francis era abituato, il club di teatro era un male necessario. In sé, come ambiente, non era nemmeno malvagio: per qualche strana ragione, l’aula in cui si riunivano era sempre piena di candele profumate, dando l’illusione di essere da tutt’altra parte, forse su una spiaggia caraibica allestita per una cena a lume di candela con l’amore della vita, il rumore delle onde in sottofondo e magari qualche squalo affamato al largo. Tolte le candele, però, rimaneva solo un mini esercito di studenti convinti di essere pronti per la Royal Shakespeare Company, quando di fatto i più facevano fatica a memorizzare due battute di fila, e il professore di letteratura inglese, creatore e dittatore supremo del club, un tipo con un carattere capace di far uscir di senno anche un difensore della pace a tutti i costi come Gandhi.

Jake le aveva passato un libro di suo fratello su come gestire lo stress lavorativo, sostenendo che fosse veramente interessante. Lei lo aveva buttato in qualche anta dell’armadio dopo avergli dato una rapida sfogliata ed essersi chiesta come fosse possibile che suo fratello avesse evidenziato così tanti passaggi di un testo evidentemente scritto per fare soldi facili. Il lavoro deve rimanere al lavoro e grazie al cavolo, la metteva giù semplice Mr. Soldi Facili. Quindi non lo aveva letto, ma non lo aveva nemmeno restituito per non dover ammettere:

  • di non averlo finito;
  • di avere avuto una pessima impressione a pelle di una persona che lo aveva trovato così illuminante, ovvero del fratello di Jake. Si supponeva perfino che lui fosse adulto, o perlomeno più adulto di lei, che lo era teoricamente, ma che in realtà passava le sue giornate appiccicata a un diciassettenne e ai suoi amici.

«Jen si è lamentata del fatto che alla cena te ne sei andata a casa prestissimo.» Era Joy a parlare, ovvero la seconda J delle J&J della scuola, Jen e Joy, che avevano sempre da parlare e sparlare su tutti. Jen insegnava storia, mentre Joy era la docente di sostegno di uno dei ragazzi del club di teatro. «Non dirle che te l’ho detto, ma sostiene che sembravi annoiata, come se volessi essere da tutt’altra parte.» Joy aveva questo vizio di sottolineare con un sibilo irritantissimo quelle che riteneva le parole chiave del suo discorso, ed era in grado di parlare a raffica per ore senza interruzioni. Così le raccontò di come Jen avesse trovato prematuro l’orario del suo rientro, perché dopo una cena e due giri di alcolici in due locali differenti, il minimo sarebbe stato trovarne un terzo e stare in compagnia ancora un po’. Ma no, Amy se n’era dovuta andare, scatenando il panico tra i colleghi, che l’avevano seguita a ruota non sapendo come comportarsi, improvvisamente consapevoli che si erano fatte le due di notte. E mentre le spiegava che lei, Joy, trovava assolutamente esagerata la posizione di Jen e che comprendeva che Amy potesse essere stanca – il calcio, il club e tutto il resto – non faceva altro che ballonzolare tra le braccia un cartone più grosso di lei, che a giudicare dal tintinnio conteneva qualcosa in vetro destinato a vita breve se non si fosse decisa a posare la scatola in un luogo più sicuro. Amy intanto si guardava intorno alla ricerca del miraggio di un alunno o una qualunque altra scusa per allontanarsi, ma l’aula era più deserta e desolata del Sahara a mezzogiorno il primo giorno d’estate, e Joy non sembrava intenzionata a farsi scappare l’occasione di quel momento per farle venire il mal di testa.

«Sai,» disse a un tratto Joy, avvicinandosi ulteriormente e assumendo un’aria cospiratrice, «io ero in macchina con Richards e quindi me ne sono andata insieme a lui, ma Jen pare si sia presa quel famoso terzo drink… con Tyler. Non dire a nessuno che te l’ho detto.» La risatina che seguì le fece capire che in realtà lo sapevano già tutti, e l’immagine mentale di Jen e Tyler – Tyler, l’insegnante di letteratura inglese nonché capo del club – le rese quasi invitante l’idea del bagno in mezzo agli squali.

Sospirò. Non che avesse mai nutrito alcun dubbio sul fatto che tra Jen e Tyler ci fosse una tresca in corso, ma il pensiero della moglie di Tyler a casa da sola mentre lui tirava le cinque del mattino con un’altra, le mise addosso una certa tristezza unita a un pizzico di nostalgia per S e l’epica storia d’amore che non avrebbero mai avuto perché lui stava con una spia sotto copertura. Forse anche la loro intera relazione fungeva in realtà da copertura, e come poteva reagire il suo povero cuore innamorato a questa ipotesi? Scrollò la testa con forza. Lei S non lo conosceva neanche, non nel senso stretto del termine.

«Ti senti bene, cara?» le chiese Joy, del tutto all’oscuro dei suoi viaggi mentali. Dal nulla, Amy si ricordò che King Francis quella mattina aveva finito i suoi croccantini preferiti, un mix di manzo e verdure sotto forma di pesciolini colorati. Mentre Joy riprendeva a spettegolare ed elaborare teorie su Jen e Tyler, lei tirò fuori il cellulare e scrisse a Jake.

SOS. King Francis ha finito i croccantini.

Meno di dieci secondi dopo, le aveva già risposto con un pollice in su che lei sperava significasse: provvedo io, li troverai sullo zerbino di casa al tuo rientro. Okay, allarme cessato, ci avrebbe pensato Jake. Lei e King Francis erano salvi. Il suo gatto, dallo scontento di ritrovarsi senza il suo snack preferito, lei, dalla minaccia della sua ira funesta. Il cellulare le vibrò tra le mani. Era Jake a chiamare. Forse non era ancora fuori pericolo.

«Sto giusto facendo un po’ di spesa per stasera e ho preso i croccantini, ma non ho tempo di portarteli. Sai, la festa.»

«Quale festa?»

«Quella a cui teoricamente saresti invitata anche tu, ma avevo la sensazione te ne fossi dimenticata.»

Festa.

Invito.

Lei.

La festa!

Mark Ellison, il portiere della squadra, aveva organizzato un mega party per il proprio compleanno, invitando l’intera squadra di calcio – compresi lei e l’allenatore – più mezza scuola. La festa, che il suo cervello aveva rimosso per non dover affrontare la realtà, che la vedeva invitata solo a celebrazioni tra adolescenti, mentre il resto del mondo sembrava non registrare la sua esistenza. O meglio, nessuno registrava la sua esistenza fatta eccezione per Jen, che faceva finta di essersi offesa, quando invece era stata la sua decisione di rientrare all’una di notte a mettere in moto la serie di eventi che l’avevano portata poi a rimanere sola con Tyler. Quindi, a onor del vero, avrebbe dovuto essergliene grata. Dal suo punto di vista, ovviamente.

«La fe-sta,» sillabò come un’idiota.

«Sì, la festa di compleanno di Mark a casa di suo zio. Se dopo il club passi da Mark mi trovi già lì. Così prendi i croccantini e io non dovrò preoccuparmi che King Francis ti uccida nel sonno per la tua insubordinazione ai suoi desideri.»

Certo, fare un salto alla festa per ritirare un sacchetto di croccantini per gatti a forma di pesce. Per poi tornarsene immediatamente a casa, passando per la zitella gattara che in fondo un po’ era, nonostante la sua giovane, giovanissima età.

I gatti sono migliori delle persone, se l’era ripetuto spesso, fin da quando aveva quindici anni e aveva deciso che i rapporti sociali fossero sopravvalutati. Ci si provava a essere amici di qualcuno, ci si provava a tendere una mano agli altri e, magari, gli altri provavano pure a tenderla di rimando, ma non sempre il procedimento funzionava. Quindi, meglio i gatti. King Francis aveva bisogno di quel sacchetto e lei glielo avrebbe portato.

«Okay, ci vediamo da Mark,» disse chiudendo la chiamata.

 

Si chiamava Sylvia, Sylvia Michaels, che non voleva essere un tentativo di emulare la presentazione di James Bond, ma era il modo effettivo con il quale lei si presentava agli estranei. Prima diceva Sylvia, fingendo timidezza, poi tossiva, si schiariva la voce, e aggiungeva Sylvia Michaels. Beh, Sylvia Michaels era morta nell’autunno dei suoi quindici anni, si era chiusa in garage e aveva acceso il motore della macchina. Dicono che non si provi dolore, che sia come addormentarsi, ma Amy non riusciva a capire come si potesse non provare dolore al pensiero che di lì a poco la propria vita sarebbe finita per sempre. O come non si potesse provare dolore al pensiero di trovare la morte un conforto invece che una minaccia. Lei e Sylvia erano state in classe insieme per un anno e non si erano mai rivolte più di un saluto di cortesia. Poi, nove giorni esatti prima di chiudersi in quel garage e girare le chiavi della macchina di suo padre, Sylvia aveva deciso di iniziare a parlarle. E Amy, che non aveva ancora capito che le persone potevano essere tossiche, le aveva dato corda, lasciando che la rendesse parte della sua vita proprio all’ultimo, senza sapere nemmeno che di ultimo si stesse parlando. Perché non poteva continuare a starle lontana, rimanere una cosa a lei estranea, una persona con la quale non c’entrava nulla? Non lo sapeva, non lo avrebbe mai saputo, perché l’unica persona che avrebbe potuto fornirle le risposte che aveva cercato per così tanti anni, era cenere dispersa dal vento.

 

 

Elsa Hysteria vi aspetta il 17 settembre!

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