Skip to content Skip to footer

[#Anteprima] [#Gratis] L’acciaio più forte – Scarlett Cole

Anteprima gratuita!

Per voi in anteprima gratuita un estratto del romanzo “L’acciaio più forte” dell’autrice Scarlett Cole!

Buona lettura!

 

1

La busta azzurra, ancora sigillata, proveniente del Penitenziario di Stato di Marion, in Illinois, era diventata il pensiero fisso di Harper Connelly. La teneva nella borsa dal giorno precedente, quando aveva ritirato la posta. Lontana dagli occhi, ma non dalla mente. Finché non l’avesse aperta, poteva fingere di essere al sicuro. Una volta fatto scorrere il dito sotto la linguetta, non sarebbe più stata in grado di ignorare le decisioni che avrebbe dovuto prendere.
Era ferma davanti alle strisce pedonali, in attesa che scattasse il verde sulla Collins Avenue. Spinse la lettera ancora più sul fondo della borsa e osservò la coppia che si baciava appassionatamente dall’altra parte della strada: la mano di lui era appoggiata sul viso della compagna e con il pollice le accarezzava con tenerezza la guancia. Harper distolse lo sguardo e provò con tutte le sue forze a ignorare la sensazione di vuoto che sentiva nel petto. Almeno ricordava l’emozione del primo amore? Ne era passato di tempo, dall’ultima volta che aveva vissuto quei momenti inebrianti in cui voleva passare le giornate insieme a un’altra persona. O in cui non riuscivano a smettere di toccarsi, come attratti da una forza invisibile.
Finalmente scattò il verde. Sospirò di sollievo, si sistemò la borsa sulla spalla e attraversò la strada, non prima di aver lanciato una seconda occhiata alla giovane coppia. Doveva solo arrivare a fine giornata lavorativa evitando un esaurimento nervoso. Poi sarebbe potuta crollare a causa della lettera nella borsa.
Mentre era persa nei suoi pensieri, qualcuno la urtò sul marciapiede. Harper sussultò. Un forte ronzio le riempì la testa e un brivido freddo di paura le serpeggiò lungo la schiena. Il cuore provò a uscirle dal petto e le mani tremanti faticarono a reggere la borsa.
Si voltò barcollando. Un signore dai capelli bianchi, con al guinzaglio un cane piccolissimo simile a un topo, mormorò delle scuse disattente. Nella speranza che il cuore rallentasse, Harper provò a rispondere, ma aveva la bocca talmente asciutta che non riuscì a replicare. Pregò che fosse sufficiente il sorriso appena accennato che gli aveva rivolto.
Era solo un anziano con un cagnolino, si disse. Si appoggiò al lampione più vicino e iniziò a inspirare per cinque secondi, poi a espirare per altri cinque, nel tentativo di rallentare il battito. Niente a che vedere con la lettera che le bruciava la borsa e i pensieri. O con un detenuto a migliaia di chilometri di distanza. Harper osservò la figura ricurva dell’uomo procedere lungo la strada costeggiata dalle palme, finché raggiunse il sentiero di sabbia che lo avrebbe condotto alla passerella di legno che corre lungo la spiaggia di Miami.
Nonostante la giornata calda, fu scossa da un brivido freddo. Ancora non si era abituata al clima: le sembrava incredibile dopo tutto quel tempo. Dove abitava prima ci sarebbero stati almeno venti gradi in meno. Rabbrividì con forza e si osservò la mano, le dita che si aprivano e chiudevano da sole per il panico.
La coppia che aveva visto in precedenza le passò accanto: i due si cercarono con gli sguardi e intrecciarono le loro mani.
Harper li osservò a lungo. Quel semplice gesto d’intimità era impensabile per lei, non aveva bisogno di scontrarsi con uno sconosciuto per provarlo. La lettera riguardava proprio la persona che si era assicurata che il ricordo rimanesse indelebile. Anche dopo tutti quegli anni, non sopportava di toccare un altro essere umano, nemmeno per un secondo.
Stava ancora tremando quando tirò fuori dalla borsa una felpa leggera con il cappuccio e la indossò, alla ricerca disperata di un po’ di calore.
Voltò l’angolo e prese la strada che l’allontanava dall’oceano. Infilò le mani in tasca e camminò lentamente, nel tentativo di far rallentare il battito del cuore. Provò a concentrarsi sui graziosi edifici in stile art déco per cui era famosa Miami; provò a convincersi di non dover scappare e abbandonare quel bellissimo posto. Le splendide facciate e gli interni erano uno degli aspetti che preferiva della città affacciata sull’oceano. Le tinte color pastello, con nomi tipo menta fresca, giallo glassa e rosa corallo, adornavano gli edifici simmetrici che di notte prendevano vita, con le luci al neon che servivano da faro per i festaioli. Harper immaginò di osservare il panorama dalle tipiche finestre a oblò, in attesa di vedere i transatlantici a vapore arrivare da luoghi lontani. Le decorazioni stravaganti e i pannelli elaborati richiamavano alla mente il periodo in cui i benestanti sorseggiavano champagne e ballavano il charleston sulle terrazze panoramiche.
La brezza leggera dell’oceano le scompigliò i lunghi capelli castani. Rovistò nella borsa, facendo attenzione a non toccare la lettera, e recuperò uno dei tanti elastici che giacevano sul fondo. Raccolse velocemente la massa di capelli in uno chignon disordinato alla base del collo. Si stava avvicinando al piccolo negozio dove lavorava.
José, il suo capo, aveva già abbassato le tende marroni che coprivano il patio della caffetteria che portava il suo nome. Il trambusto della mattina stava per iniziare.
Drea, la vicedirettrice, sedeva a uno dei tavoli; il sole si rifletteva sui riflessi dorati naturali che abbellivano la sua chioma castana. Avevano entrambe ventisette anni, ma la pelle abbronzata e la corporatura minuta, in contrasto con la figura atletica di Harper, la facevano apparire più giovane.
La sola vista della sua migliore amica la aiutò ad alleviare il panico e si sentì sollevata.
«Buongiorno, dolcezza,» disse Harper, sperando che Drea non si accorgesse che era senza fiato.
Un paio di occhi nocciola si spostarono su di lei. «Giorno, Harp.» Inclinò la testa con espressione incuriosita. «Va tutto bene?» Dal primo giorno in cui si erano conosciute, quella ragazza l’aveva capita. Harper era molto riservata, ma Drea era comunque riuscita a farsi strada nella sua vita con delicatezza; aveva da subito messo in chiaro che solo una notifica di sfratto l’avrebbe fatta andare via.
«Sì, sì.» Evitò la domanda. «Sei arrivata prima di me?» domandò Harper per distrarla. «Ho sbagliato i turni?»
«No, sono in anticipo. Stamattina mia zia mi ha dato un passaggio, visto che non mi consegneranno l’auto prima di oggi pomeriggio.»
«Sei pronta per un altro giorno nel paradiso dell’espresso?» Harper indicò con la testa l’entrata del negozio.
Drea sospirò. «E se ce ne andassimo e passassimo la giornata alle isole Keys?» sussurrò.
«Ti ho sentito, Drea,» gridò José dall’interno, mentre faceva scattare la serratura per farle entrare. «Tu,» urlò indicando Drea, «puoi andartene. Lei… non tanto!»
Le due ragazze scoppiarono a ridere ed entrarono, dirigendosi verso lo spogliatoio per lasciare le borse.
«Percepisco tanto amore, José,» borbottò Drea.
«Anche io.» Scoppiò a ridere e la sua voce si ammorbidì.
La caffetteria Da José era un’istituzione a South Beach da quasi cinquant’anni. Il José originale veniva ogni mattina per il suo caffè, ma aveva lasciato le redini dell’attività al figlio, José Junior.
Il negozio lungo e stretto era molto più di una caffetteria. Era un luogo di conforto avvolto da pareti color crema e legno chiaro. José era impegnato a sistemare i dolci appena sfornati sul lungo bancone. Accanto ai classici cornetti e alle girelle alla cannella, c’erano i pastelitos della tradizione cubana. Con un grembiule nero legato stretto in vita, Drea stava impilando le insalate e i panini nei banchi frigo.
Harper si piegò oltre il bancone per accendere le macchine per l’espresso, i frullatori e gli altri apparecchi sistemati lungo la parete di sinistra. Prese il vassoio dei bricchi di metallo vuoti che usavano per scaldare il latte e li sistemò accanto alla postazione del caffè.
Quando, ore dopo, la folla dell’ora di pranzo aveva iniziato a disperdersi, Harper iniziò a pulire i tavoli prima di riprendere con l’attività pomeridiana.
«Non significa semplicemente che aveva le mani sporche di sangue?» sentì dire a qualcuno. Mentre puliva il piano, Harper osservò le due adolescenti sedute al tavolo accanto.
«Lei dice “Via, macchia maledetta!” ma non credo abbia davvero del sangue sulle mani. Non credo che abbia davvero ucciso qualcuno.»
Harper interruppe quello che stava facendo. Macbeth. Atto V, se non ricordava male. Le allucinazioni della manipolatrice Lady Macbeth, una delle sue scene preferite. Avrebbe voluto aiutare le ragazze, ma i libri di scuola e gli appunti erano una reminiscenza di ciò che aveva giurato di lasciare nel passato. Quella vita era andata. Ripensò alla busta azzurra nella borsa, nell’armadietto. Non poteva più ignorarla, a prescindere da quanto sarebbe stata più semplice la sua vita se non l’avesse letta. Per la seconda volta in quella giornata, si irrigidì. Era meglio sapere. Dopo aver dato una rapida occhiata in giro, per essere sicura che nessuno avesse bisogno di lei, corse nello spogliatoio e aprì la busta, con il desiderio che il passato potesse realmente rimanere sepolto.

***

«Cuj, cosa diavolo mi hai fatto bere ieri sera?»
Trent sorseggiò un po’ di caffè, che gli ustionò la lingua, e si appoggiò contro la vetrina principale del Second Circle. Caffè nero, come piaceva a lui, abbastanza forte da far stare in piedi il cucchiaino, ma non abbastanza da staccare la spina ai cinque campanelli che gli suonavano in testa.
«Gli stessi Martini di merda che stavano bevendo quelle ragazze. Volevano fare un ultimo brindisi per il tuo compleanno. Io te l’avevo detto che avrebbero portato guai.»
«Non mi sembra di aver sentito lamentele quando la bionda ti ha messo la mano nei pantaloni.»
Cujo si passò la mano sulla testa pelata e giocò con il piercing al sopracciglio. Sorrise compiaciuto.
«Cavolo, era strana. Com’era la rossa?»
«Un’istruttrice di yoga con tutte le curve al posto giusto,» rispose. Cujo scoppiò a ridere. Trent abbassò lo sguardo sul suo stivale, appoggiato al davanzale graffiato del negozio; prese mentalmente nota di sistemare la vernice scheggiata.
Lo studio di tatuaggi Second Circle era la sua creatura e il suo orgoglio, il risultato di una gioventù sbandata salvata dal suo mentore, Jimmy “Junior” Silver. C’era voluto del tempo prima di arrivare alla sede attuale, in una delle strade più frequentate di Miami. Anni di tirocinio prima di camminare con le proprie gambe, anni che lui e Cujo avevano passato in uno studio schifoso prima di stringere i denti e investire in quel posto. La squadra che aveva messo insieme godeva di una reputazione solida: le persone venivano da fuori città per loro e gli appuntamenti in agenda gli ricordavano quotidianamente che il suo lavoro era apprezzato.
Mandò giù un lungo sorso di caffè e scorse una brunetta sbalorditiva, dalla bellezza classica, che camminava lungo il marciapiede sull’altro lato della strada.
Cujo emise un fischio lungo e pacato. «Quella sì che è una bella distrazione.»
Trent la fissò. Per fortuna aveva tirato le tende per godersi la pausa caffè. Cosa cazzo indossava? Una camicia fin troppo vecchio stile di due taglie più grande e un paio di pantaloncini cadenti color cachi che sembravano aver perso la voglia di vivere. Però, esclusi i vestiti, rimaneva un corpo da urlo. Aveva un debole per le tipe atletiche, toniche ma con le curve. Era più bassa di circa trenta centimetri rispetto a lui, che era alto due metri, ma aveva comunque delle gambe chilometriche. La pelle era bianca come porcellana e, da esperto di tatuaggi, avrebbe scommesso da lontano che non ne aveva. Quelle erano le tele migliori.
I lunghi capelli castano scuro erano raccolti in maniera disordinata, lasciando scoperto il collo e la zona morbida dietro le orecchie che gli era sempre piaciuta da morire nelle ragazze.
Quando si avvicinò, vide che reggeva una scatola di pasticcini della caffetteria in fondo alla strada.
«Quelli sono per me, tesoro?» gridò, sfoggiando il sorriso per cui le ragazze andavano matte. Sentì Cujo alla sua sinistra scoppiare a ridere, ma rimase concentrato sulla donna: all’inizio apparve confusa, poi si rese conto che si era rivolto a lei. Cavolo. Un sorriso, lento, timido prima di arrossire. Così eccitante, porca puttana.
Aspettò, con il fiato sospeso, che rispondesse qualcosa, invece la ragazza continuò a camminare.
Trent rimase deluso. Poteva solo immaginare quanto quelle guance rosa potessero essere belle se lei fosse stata tra le sue braccia, tra le lenzuola setose del suo letto, con il tepore di quelle curve sul suo corpo.

***

Harper inspirò a fondo e scosse la testa. Percorse il tragitto fino alla passerella di legno e proseguì sulla soffice sabbia bianca. Erano passate le sei e la spiaggia stava iniziando a svuotarsi: i genitori trascinavano i bambini stanchi e di cattivo umore fino agli alberghi affacciati sul mare. Le palme alte ondeggiavano a ritmo nella brezza fresca dei primi giorni di maggio. Il sole iniziava a tramontare sul mare blu scuro, ricoprendo la superficie increspata di luccichii.
Lui le aveva parlato. Trent Andrews. A lei. Il dio dei tatuaggi, alto e con i capelli arruffati, aveva richiamato la sua attenzione e lei si era data alla fuga come un topolino. Un tempo avrebbe avuto la sicurezza necessaria per replicare con qualcosa di più originale di un semplice sorriso.
Forse lui aveva immaginato che lei sapesse chi era. E ovviamente era così. Cavolo, tutti a Miami sapevano chi fosse: non solo uno dei tatuatori più talentuosi, ma anche una celebrità. Harper aveva visto le foto dei suoi lavori, in cui copriva le cicatrici. Erano meravigliosi, tanto da farle immaginare a come potesse trasformarsi la sua schiena. Lui avrebbe potuto sistemarla, lo sapeva. Se doveva lasciarsi il passato alle spalle, aveva bisogno di un artista piuttosto spettacolare.
Fece i calcoli a mente. Tra quello che già possedeva quando si era trasferita a Miami e quello che era riuscita a mettere da parte negli ultimi quattro anni, sperava di avere abbastanza denaro per coprire le cicatrici. Avrebbe sempre potuto distanziare gli appuntamenti, se necessario.
Senza pensare, si toccò la base della schiena. Era un gesto automatico, protettivo, istintivo. Non che potesse cambiare qualcosa in quel momento, come non avrebbe potuto quattro anni prima, quando le erano state inferte quelle coltellate.
Con un’idea in testa e dopo aver scelto il tatuatore, la domanda era: voleva davvero farsi un tatuaggio? La risposta era semplice. Trent però sarebbe riuscito a far sparire quello che c’era sulla sua schiena? E lei sarebbe riuscita a mentire e a permettergli di farlo?

 

 

Scarlett Cole vi aspetta il 27 agosto!

Se volete preordinare l’ebook, di seguito i link dei principali store:

 

SITO TRISKELL EDIZIONI
AMAZON
GOOGLE
KOBO

 

 

Leave a comment