In the labyrinth – H. Joking

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Estratto del primo capitolo de “In the labyrinth” di H. Joking

 

CAPITOLO I

 

Fin da quando sei bambina ti raccontano che un bel giorno arriverà un affascinante principe azzurro, perdutamente innamorato di te e pronto a condurti in una non ben specificata terra lontana a cavallo del suo focoso destriero, dove vivere il resto dei giorni insieme senza che il minimo problema turbi il vostro amore.

Quello che tralasciano di dirti è che, nella realtà, le cose non vanno esattamente così…

Per prima cosa, ti renderai presto conto che tu non sei una principessa, ma una ragazza qualunque, che frequenta una scuola qualsiasi e che si trova a competere con un altro centinaio di ragazze cresciute con la stessa identica illusione che attendono come te lo stesso principe azzurro.

Per seconda cosa, se anche il principe azzurro esiste, non sarà lui a cercarti, ma toccherà a te trovarlo e, il più delle volte, il compito si rivelerà più arduo di quanto pensi.

E per ultima cosa, ma non per questo meno importante, scoprirai che quel principe azzurro tanto desiderato è anche il ragazzo più carino della scuola. E questo complicherà ulteriormente le cose, poiché un simile ragazzo non si volterà certo a guardarti e sarà già tanto se conoscerà il tuo nome…

Perciò eccomi qui, a cercare di aggiustare la favola venuta male della mia vita o, perlomeno, di ritagliarmi uno spazietto in cui io non sia una semplice comparsa. Cosa affatto semplice, soprattutto quando ricevi la chiamata di tua madre che, nel bel mezzo della gita scolastica, vuole assicurarsi che tu non sia stata rapita da un gruppo di terroristi o non abbia la dissenteria…

«Tesoro! Come stai? Com’è il tempo? Dove siete?» disse subissandomi di domande, una dopo l’altra.

«Sto bene. Siamo al mercato…» risposi guardando l’allegro baccano di voci e colori che mi circondava.

«Al mercato! Che meraviglia!» esclamò lei. «Quanto mi piacerebbe tornare in Messico! Raymond, cosa ne pensi per la prossima vacanza? Immagina quanti posti meravigliosi…»

Sentii una voce più lontana rispondere: «Possiamo pensarci, anche se la montagna ha il suo fascino, e senza bisogno di sopportare tutto quel caldo!»

«Oh, montagna, montagna e sempre montagna! Fosse per te, ci trasferiremmo in mezzo ai boschi oggi stesso!» sbuffò mia madre, senza tuttavia perdere il buon umore. «Beh, Muluc, almeno tu guarda bene ogni cosa e fai delle foto! Mi racconterai tutto appena torni a casa. Mi manchi tanto.»

Sorrisi ascoltando il battibecco tra lei e il suo compagno. «Mamma, sono partita soltanto da tre giorni!» le feci notare, e presi a giocherellare con la punta di freccia in ossidiana che portavo in tasca.

«Lo so, ma so anche che per te questa non è solamente una gita scolastica…» disse improvvisamente lei.

Rimasi in silenzio e le dita si strinsero attorno al reperto.

Mia madre sembrò accorgersi di quella tensione e sospirò: «Allora, dopo il mercato dove andrete?»

«Al sito di Palenque…» Ci fu un altro silenzio.

«Sei sicura di sentirtela? Non sei obbligata ad andare con loro. La professoressa Miller capirebbe se tu volessi aspettarli in hotel per la durata della visit…»

«Non temere, è soltanto un sito archeologico,» la rincuorai. «Non mi dispiace vederlo.»

Lei non abbandonò quel suo tono preoccupato. «Come vuoi…» disse però.

In quel momento, scorsi Jason fermo davanti a una bancarella che gesticolava nella mia direzione, come per invitare qualcuno a raggiungerlo. Mi guardai attorno confusa, fino a convincermi che fossi io quella a cui si stava rivolgendo.

«Adesso devo andare,» dissi, mentre il cuore cominciava a svolazzarmi nel petto.

«Va bene, ma richiamami, presto!» fece mia madre.

«Ciao Muluc! Divertiti e non dare retta a tua madre, richiama pure quando vuoi!» sentii la voce di Raymond in lontananza.

Risi. «D’accordo! Ci sentiamo domani!»

Non appena chiusa la chiamata, deglutii e avanzai tra la gente. I battiti del mio cuore si fecero più rapidi.

Ed eccolo lì, Jason, il mio principe azzurro. Il ragazzo più affascinante di tutta la scuola: capitano della squadra di football, re del ballo di fine anno, con lo strano potere di pietrificare con un semplice sguardo, una sorta di Medusa al maschile per intenderci… e, ovviamente, del tutto ignaro di provocare un simile scompiglio in me.

«Non ti dispiace darmi una mano?» fece non appena gli fui davanti.

Lo osservai come si osserva un’apparizione e scossi la testa senza nemmeno accorgermene. Era talmente bello che le mie facoltà mentali parevano essersi appannate al suo cospetto.

«Vedi, non riesco proprio a decidermi… tu che cosa sceglieresti per una persona che ti sta a cuore e a cui vorresti fare una sorpresa?» disse scoccandomi una di quelle occhiatine paralizzanti con i magnifici occhi celesti.

«Non saprei… tuttavia ci sono cose davvero graziose,» ammisi compiacendomi del suo incanto. Poi mi scossi e cercai di ricompormi: «Ma forse per decidere dovresti valutare che tipo è questa persona…»

Lui sorrise con aria impacciata. «Ecco… si tratta di una ragazza, ma a dire il vero non conosco ancora perfettamente i suoi gusti,» ammise.

Per un attimo immaginai che quel dono potesse essere per me e arrossii di colpo. «Beh, in tal caso, rimarrei sul generico…» dissi acciuffando la prima cosa che mi trovavo davanti. «Ad esempio, nonostante la sua semplicità, questo cofanetto di legno è piuttosto interessante. Non tutti sanno che il nome “Yucatàn” deriva in realtà da un’incomprensione,» rivelai, facendo scorrere un dito sull’incisione che c’era sopra.

Jason corrugò la fronte. «Che cosa intendi dire?» domandò.

Feci spallucce. «Sembra che quando gli spagnoli arrivarono in queste terre, domandarono agli indigeni dove fossero approdati e quelli risposero “Ci-u-than”, che nella loro lingua significava “Non capiamo”, ma i nuovi arrivati presero quella parola come una risposta e così, con il tempo, cominciarono a chiamare questo posto con la storpiatura “Yucatàn”.»

Jason mi ascoltava ammutolito. «Davvero pazzesco…» commentò, non appena ebbi finito. Ma poi aggiunse prudente: «E… tu come fai a saperlo?»

Scorgendo la sua espressione confusa, mi schiarii la voce. «Oh, beh, mi pare di averlo letto una volta da qualche parte,» mormorai imbarazzata. Quindi, feci scivolare la mano su una fila di braccialetti di corda intrecciati con delle conchiglie. «In alternativa, potresti andare sul classico e prendere uno di questi…» suggerii, cercando di rimanere sul semplice.

«Un bracciale?» domandò Jason, mentre il suo sguardo si illuminava. «Ma certo! Sono sicuro che le piacerà!»

Impercettibilmente, percepii il sorriso svanire dalle mie gote.

Seguii i suoi gesti, mentre acquistava il braccialetto, mi faceva un largo sorriso e si insinuava tra la folla. «Sei grande! Grazie infinite!» mi disse un attimo prima di lasciarmi.

«È un piacere…» risposi, ma lui era già troppo lontano per sentirmi.

Sospirai, chiedendomi se avrei mai trovato il coraggio di rivelargli quello che provavo, e passai alla bancarella successiva soprappensiero. La favola della mia vita era ben lungi dal concludersi con un “e vissero per sempre felici e contenti”…

«Muluc! Muluc! Hai visto quante spezie?» esclamò in quel momento Emily. «E tu cosa hai trovato? Caspita, guarda queste stoffe!» continuò entusiasta.

Vidi la mia amica sfiorare il mucchio di stoffe che avevo sotto il naso e di cui non mi ero neanche accorta. «Hai ragione. Sono splendide…» risposi ammirando i colori sgargianti.

«Muluc! Tu chiamare Muluc?»

Alzammo il viso incuriosite verso l’anziana donna che aveva pronunciato il mio nome. Se ne stava seduta su uno sgabello, dietro un angolo della bancarella. Indossava una lunga gonna rossa e aveva i capelli grigi raccolti in una treccia. Il suo viso era segnato dal tempo e la pelle pareva arsa dal sole.

Non appena i miei occhi la raggiunsero, quella ebbe un sussulto.

«S-sì, è il mio nome,» risposi, sentendomi a disagio innanzi a quel suo sguardo che non mi si scollava di dosso.

«Ah… Nome insolito per tua gente,» commentò lei.

«Sì, è vero. Non è molto frequente negli Stati Uniti,» le diede ragione Emily, al mio fianco.

«Ma nome importante per la mia. Nome molto pregiato,» continuò la vecchia.

Emily la ascoltò con aria interrogativa. «Perché? Che cosa significa?» chiese.

La vecchia mi scrutava ancora, tanto che sentii il bisogno di abbassare il viso. «Nostri antenati avere molto a cuore Muluc. Muluc nome di pietra. Pietra più bella,» spiegò indicandoci un pendaglio che portava al collo.

Emily seguì i suoi movimenti a bocca aperta. «Vuole dire che il suo nome significa “giada”?» disse riconoscendo la pietra. «Oh, ma è magnifico! Muluc, tu lo sapevi?»

«Oh, ecco, in realtà l’avevo sentito dire…» mormorai impacciata.

Quando rialzai il volto la vecchia mi stava ancora osservando. Di nuovo, sussultò scorgendo il colore dei miei occhi e rimase a fissarlo.

Sapevo bene che, oltre alla punta di freccia, anche quello era una delle cose che mio padre mi aveva lasciato. Eppure non era l’unica che avevo ereditato da lui…

«Tu prendi questo,» si affrettò a dire la vecchia, afferrando qualcosa tra le stoffe della sua bancarella e porgendomelo.

«Veramente, io non…»

«Tu prendi! Io volere!»

«E va bene…» cedetti davanti alla sua insistenza e feci per estrarre il portafoglio.

«No, niente denaro!» mi rimproverò lei. «Questo dono che io faccio te, ragazza di giada!» Sembrò commuoversi davanti ai miei occhi, che per ironia della sorte erano a loro volta del colore della giada e spiccavano ancora di più sotto il castano mosso e scuro dei miei capelli.

Presi ciò che mi porgeva e mi accorsi che si trattava di un piccolo zaino composto da strisce rosse, gialle e arancioni. Davanti era ricamato un labirinto, al centro del quale era ritratto un personaggio, con il naso grosso e la fronte alta, caratteristica della popolazione Maya. Dove si sarebbe dovuto trovare il corpo, tuttavia, erano raffigurate le spire di un serpente, contornate da un ricco piumaggio.

«B-beh, non so come ringraziarla…» mormorai ammirando quel disegno.

In quel momento sentii la voce della professoressa Miller che ci chiamava. Il nostro autobus era arrivato.

«È davvero gentile, signora. Ora però dobbiamo proprio andare. Muluc, svelta!» si affrettò a dire Emily e, tirandomi per un braccio, mi costrinse a seguirla.

Non appena raggiungemmo la professoressa Miller e il resto del gruppo, mi girai un’ultima volta e scorsi la vecchia che continuava a scrutarmi da lontano, piena di soddisfazione.

Sbadata, urtai qualcuno che come gli altri attendeva il suo turno per salire sull’autobus.

«Oh, scusami tanto!»

«Di nulla,» rispose Ryan. Quindi mi cedette gentilmente il passo.

Salii sull’autobus e, facendomi pensierosa, raggiunsi Emily a metà della vettura. Passando accanto ai primi posti, infatti, avevo udito Jason e Alyssa bisticciare tra loro. Il suono delle loro voci mi aveva fatto dimenticare di colpo l’anziana signora del mercato, eppure non ero riuscita a capire il perché del battibecco e anche in quel momento ero troppo distante per distinguere qualsiasi parola.

«Sento aria di tempesta….» fece Emily, notando a sua volta la scena.

«Credi sia qualcosa di serio?» domandai senza riuscire a contenere la curiosità.

«Non possiamo saperlo,» rispose lei. «Ma, comunque vada, la cosa non ci riguarda. I ragazzi come Jason e Alyssa sono diversi da te e me…»

«E cosa hanno di diverso?» chiesi, senza staccare lo sguardo dai due.

Emily si sistemò più comodamente sul sedile. «È come per le mosche bianche e i moscerini della frutta. Per quanto lo desiderino, i moscerini della frutta non diventeranno mai mosche bianche,» disse nel frattempo.

«Non ti seguo…»

«Ma non capisci? Per quanti tentativi facciano, i moscerini della frutta sono e rimarranno sempre moscerini della frutta! La loro stessa essenza è differente da quella delle mosche bianche. Perciò non possono mescolarsi. Dà retta a me, quelli come Jason non si sentiranno mai attratti da tipe della nostra… natura,» precisò lei.

Finalmente mi decisi a distogliere lo sguardo. «Non ho mai sentito di un moscerino della frutta che vuole diventare una mosca bianca. Perlomeno, il tuo è un ragionamento davvero originale…» sorrisi.

«Ma corretto e, se ci pensi, lo ammetterai tu stessa,» insistette. Poi sussultò: «E adesso, Thomas, mi vuoi dire come fai a leggere e giocare ai videogiochi tutto in una volta?»

«È soltanto questione di concentrazione!» fece Thomas lì vicino, mentre con le dita schiacciava i tasti del cellulare e sulle ginocchia teneva un libro aperto, facendo guizzare in continuazione lo sguardo da uno all’altro. «Se tu fossi un elfo dei boschi o uno stregone non avresti difficoltà a comprenderlo.»

«Se io fossi un elfo o uno stregone, come dici, non dovrei subire un altro chiassoso viaggio in pullman vicino a te!» sbottò Emily.

«Mmm, su questo non posso darti torto. A proposito, la tua macchina fotografica è andata,» fece a quel punto, mentre Ryan gli si sedeva accanto.

«Che cosa?!» esclamò Emily. «Ma mi hai detto che tempo fa eri riuscito ad aggiustare la tua!»

Mi scossi, ascoltando i miei compagni discutere.

Emily scrollava i bei ricci color del fieno, osservando delusa il dispositivo, mentre Thomas glielo rigirava sotto il naso affilato, facendo una pausa da tutto il resto e studiandolo a sua volta.

«Lo so, ma in quell’occasione ero a casa e avevo gli strumenti adatti! E poi la mia aveva soltanto un piccolo problema di alimentazione, mi è bastato cambiare la batteria. La tua invece ha l’intero sistema elettronico danneggiato,» precisò. «Mi spieghi che cosa hai combinato con questa macchina fotografica? Ti è forse caduta?»

«No, te l’ho detto! Ma forse avrei dovuto portare anche la custodia… Accidenti! Sono sparite tutte le foto che ho fatto!» piagnucolò Emily.

«Guarda che il problema non sono le foto. La memoria è compromessa e anche il visore sembra rovinato.»

«Senti, io non ne so nulla di alimentazione e di sistemi elettronici! Voglio solo capire se le mie foto sono recuperabili!»

Thomas sospirò. «E va bene! Lasciami la scheda di memoria. Quando torneremo a casa, vedrò cosa posso fare…» disse estraendola con le mani paffute.

Nel frattempo, anche il resto della classe era salito a bordo e l’autobus era partito alla volta di Palenque.

 

 

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