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[#Anteprima] [#gratis] Il fascino del barista – Piper Rayne

In anteprima un estratto gratuito del romanzo “Il fascino del barista” di Piper Rayne!

Buona lettura!

 

1

 

È l’inizio di un nuovo, incredibile capitolo della mia vita. Almeno, è quello che mi continuo a ripetere. È l’unico modo per riuscire ad affrontare la giornata ed evitare di rannicchiarmi nel letto sentendomi la più grande fallita del mondo.

Arrivo davanti dell’appartamento della mia migliore amica Tahlia e busso. Qualche secondo dopo la porta si spalanca ed eccola lì, una delle mie più vecchie amiche, tra le più belle e ricche che abbia mai avuto. Le voglio comunque bene, anche se ha una vita troppo perfetta.

Mi accoglie con un grande sorriso che le illumina gli occhi azzurri. «Che bello riaverti a casa,» esclama Tahlia, avvolgendomi in un abbraccio e trascinandomi all’interno. Usa ancora lo stesso profumo costoso dei tempi del liceo.

«È vero.» Tutto sommato sono sincera. Tornare a San Francisco, la città in cui sono cresciuta, è una bella novità. A Sacramento non sono mai riuscita davvero a creare dei legami come quelli che ho con le ragazze che conosco dalle scuole medie.

Come mi sento a tornare nella casa in cui sono cresciuta, in cui tra l’altro vivono due ultrasettantenni? Non proprio entusiasta. Ma se resti a piedi non puoi che chiedere aiuto, dicono, e io ero a un passo dal trovarmi con le tasche vuote e vendere il mio corpo all’angolo della strada.

«Ah! È arrivata Whit?» urla Lennon dal salotto. Un attimo dopo appare nel corridoio e inizia a correre verso di me. I corti capelli scuri le ondeggiano attorno il viso e dimena le braccia in modo così frenetico da rendere i tatuaggi che le adornano indistinguibili. Sembra quasi si stia preparando al decollo.

«Sembri una ballerina di danza interpretativa strafatta di crack,» la prendo in giro mentre mi travolge.

Mi abbraccia forte e poi si scosta un po’. «Ah, sì?» Assume un’espressione avvilita. «Ce l’ho messa tutta per lasciar perdere il crack. Adesso mi faccio solo di metanfetamina.»

Non posso che alzare gli occhi al cielo di fronte al comportamento della più estroversa e matta delle mie due migliori amiche.

Quello che c’è da sapere su di lei è che non è quasi mai seria, che tende a spingere gli altri fuori dalla loro comfort zone e che si vanta di saper staccare i gambi di ciliegia con la lingua in dieci secondi netti. Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro.

«Se non ti conoscessi bene penserei che è vero,» commenta Tahlia mentre raccoglie i capelli biondi in una coda di cavallo con l’elastico che tiene attorno al polso. Ha ancora addosso il tailleur, sarà tornata da poco dall’azienda del padre per cui lavora.

Dev’essere bello. Il fatto di lavorare, intendo, non il fatto che lavori per il padre, perché quell’uomo sembra il fratellastro di Toni Soprano, senza il seguito di mafiosi. Almeno credo.

«Come se mi importasse,» bofonchia Lennon mentre torna da dove è venuta.

«Vado a cambiarmi,» mi dice Tahlia. «Versati pure un bicchiere di vino. Mi sono fermata a prendere qualcosa da sgranocchiare. È tutto sul tavolo del salotto.»

«Grazie. Non mi dispiacerebbe annegare nell’alcool il pensiero di essere tornata a vivere con i miei nonni oggi pomeriggio.»

Tahlia mi guarda comprensiva e mi accarezza la schiena, poi imbocchiamo insieme il corridoio. «È una soluzione temporanea, Whit. Tra poco ti rimetterai di nuovo in piedi.»

«O in ginocchio. Se sei fortunata,» ci grida Lennon.

Ridiamo entrambe, mentre Tahlia gira a destra verso la sua stanza e io nella direzione opposta in cerca dell’alcool.

L’appartamento non è grandissimo, ma è moderno ed elegante e sono sicura che Tahlia lo paghi più di quanto guadagnassi io in un mese, dato che è in pieno centro a San Francisco. Dalle ampie vetrate si vedono le luci della città sotto di noi e, grazie anche all’open space composto da cucina, salotto e sala da pranzo, si ha una sensazione di spazio e luminosità.

Mentre aspettiamo Tahlia, io e Lennon ne approfittiamo per aggiornarci. Come sempre, le sue battute mi fanno sbellicare dalle risate e imbarazzare allo stesso tempo. Tutte e tre siamo andate al college nella zona della Bay e siamo sempre rimaste in contatto. Dopo il college sono andata a lavorare per il giornale locale di Sacramento, ma c’è qualcosa di confortante nel sapere che, ora che sono tornata nella città in cui sono cresciuta, le vedrò molto più spesso. Siamo di nuovo le inseparabili tre, anche se il nostro trio può sembrare insolito dato che abbiamo personalità molto diverse.

Tahlia entra in cucina con una strana espressione sul viso. La conosco da così tanto tempo da sapere che sta cercando di nascondere un gran sorriso. C’è qualcosa che non ci ha detto. Con altre persone inizierei a fare domande a raffica, ma lei sembra una cassaforte piena zeppa di coriandoli. Basta darle tempo, non riuscirà più a trattenersi e scoppierà.

Aspettiamo che si versi del vino nel bicchiere e poi ci spostiamo tutte e tre in salotto. Lennon opta per la poltrona marrone di pelle, io e Tahl ci sediamo sul divano scamosciato color crema.

Sul tavolino tondo ci aspetta un piccolo vassoio di antipasti freschi, accompagnato da qualche piattino e alcuni tovaglioli. Non so davvero perché Tahlia sprechi il suo talento così, lavorando per l’azienda del padre. Come organizzatrice di eventi sarebbe perfetta. È vero che fin da quando era bambina la madre le ha sempre ripetuto quanto sia importante saper ricevere degli ospiti, ma Tahlia ha un talento naturale per mettere a proprio agio le persone attorno a sé e creare delle esperienze indimenticabili, quando è lei a organizzare.

«Qualche novità sul fronte lavoro?» chiede, appoggiando il calice sul tavolino con un gesto plateale.

«Ancora niente. Ma da domani ho intenzione di mandare candidature per ogni singola posizione per cui potrei essere qualificata.»

«Se proprio non trovi niente conosco un tipo che forse cerca qualcuno,» propone Lennon mentre si ficca in bocca un antipasto. «Non posso assicurarti che si tratti di una cosa al cento percento legale, ma…»

«Credo che me la caverò da sola,» rispondo ridendo, poi prendo un sorso generoso di vino dal bicchiere.

Lennon mi studia per un secondo. «Hai ragione, non credo ti starebbe bene la tuta della prigione. L’arancione non ti dona. Io, invece… ci starei così bene che sembrerei un’attrice di Orange Is the New Black.»

Scoppiamo tutte e tre a ridere perché le hanno detto spesso che assomiglia a una delle protagoniste della serie. A me non sembra proprio, ma forse lo dicono perché ha il corpo coperto di tatuaggi da capo a piedi.

Tahlia si preme una mano sul petto mentre ride e il bagliore del diamante enorme sull’anulare quasi mi acceca. Della mano sinistra, caspita.

Lennon sembra accorgersene nello stesso istante perché sputa fuori metà del vino che aveva in bocca. «Porca la miseria, Tahl. Che cazzo è?»

Lei fa un sorriso a trentadue denti e lancia un urletto, come una tredicenne che ha appena scoperto che gli One Direction sono tornati di nuovo insieme. «Mi sposo! Chase mi ha fatto la proposta ieri sera!»

Ci mettiamo tutte a urlare e a gesticolare in aria con le braccia, sembriamo quasi sotto effetto di stupefacenti, peggio di Lennon un attimo fa. Balziamo in piedi e ci stringiamo in un goffo abbraccio a tre. Adesso capisco perché nelle cose a tre ci sono sempre due persone che fanno tutto il lavoro sulla terza. Distribuire amore in modo equo tra tre persone è praticamente impossibile.

Almeno, così mi ha detto chi guarda i porno.

Comunque sto divagando.

Io e Lennon esaminiamo l’enorme pietra al dito di Tahl. È così grande che di sicuro si ritroverà ad avere un bicipite spropositato sul braccio destro e per nasconderlo le toccherà indossare solo magliette a maniche lunghe, anche in estate.

«È davvero stupendo,» commento, inclinandole la mano da una parte e dall’altra per far brillare il diamante alla luce. «Come te l’ha chiesto?»

«Mi ha portata nel nostro ristorante preferito e ha detto al cameriere di metterlo in cima al mio dessert. Si è inginocchiato di fronte all’intera sala. Si sono messi ad applaudire tutti e a farci le loro congratulazioni.» Ha un sorriso enorme che le illumina il viso.

Penso subito che la proposta di matrimonio di Chase sia stata un po’ scontata e non molto fantasiosa, ma la mia amica sembra felice e non sarò certo io a giudicare.

«L’hai già detto ai tuoi genitori?» chiede Lennon mentre ci rimettiamo sedute.

Tahlia annuisce. «Li ho chiamati ieri sera. Sono contentissimi. Ovviamente.» Un leggero rossore si fa largo sulle sue guance.

Ovvio che i genitori di Tahl siano felici. Sposerà un membro della famiglia Webber, tra le più prestigiose nell’alta società di San Francisco. Anche chi, come noi, non frequenta l’ambiente conosce i Webber. Sono sicura che le aspettative della mamma di Tahl adesso saranno soddisfatte, dato che sposerà un così buon partito.

«Che emozione! Sai già la data?» Mi protraggo in avanti e riprendo il calice di vino appoggiato sul tavolino.

Lei scuote la testa. «Non ancora.»

«Beh, una in meno sul mercato. Più spazio per me,» scherza Lennon.

«Ti divertirai un sacco a organizzare il matrimonio,» commento, sorseggiando il mio vino.

«Solo se riesco a scollarmi di dosso mia madre. Sono sicura che vorrà assumere un wedding planner che si fa pagare a peso d’oro, per essere sicura che le sue idee vengano ascoltate. Ma non importa.» Fa un gesto per aria con la mano. «Ci penserò più avanti.»

Buona fortuna, penso invece dentro di me.

«Allora, Lennon, che succede?» chiede Tahlia. «Come mai volevi vederci stasera?»

Lei si finge offesa. «Cos’è, non si può solo voler passare del tempo con le proprie migliori amiche?»

«Non credo. Non è da te. Sembrava qualcosa di molto serio,» commento io.

Cambia posizione sulla poltrona e mi accorgo che è nervosa. Il che è decisamente inusuale. Ci dev’essere sotto qualcosa, di sicuro.

«C’è una cosa di cui vi volevo parlare.»

Io e Tahlia ci sporgiamo sull’orlo del divano, curiose, ma Lennon rimane in silenzio. Alla fine, Tahlia la incalza: «E cioè…»

«Beh, forse dovrei cominciare dall’inizio.» Inclina il calice e prende un paio di lunghi sorsi, poi lo posa di nuovo sul tavolino. «Avete presente che tutti, soprattutto mio fratello, continuano a ripetermi di diventare una persona seria e di capire che cosa voglia fare della mia vita, no?»

Annuiamo entrambe. È vero, la famiglia di Lennon le ha fatto questi discorsi parecchie volte.

«Di solito non mi prendo neanche il disturbo di ascoltare quelle stronzate. Un po’ come Charlie Brown quando la maestra parla. Tutto quello che sento è bla, bla, bla. Ma più o meno sei mesi fa mi sono ritrovata a parlare con questa ragazza di nome Carly e lei ne ha passate davvero tante, dal vivere per strada alla tossicodipendenza, e non ha neanche finito le superiori. Ma aveva una tale forza di volontà e un progetto di vita così chiaro che mi ha fatta sentire un po’ in colpa per non apprezzare quello che ho avuto io, a confronto.»

Mi sembra quasi di non riconoscere la ragazza di fronte a me. Sembra Lennon. Parla come Lennon. Ma non l’ho mai vista così seria.

«Dove l’hai conosciuta?» le chiedo curiosa.

«A una riunione degli alcolisti anonimi.» Lennon per un attimo spalanca gli occhi e si porta la mano alla bocca. «Merda. Non credo fossi autorizzata a dirlo.»

Non le rispondo perché mi sto ancora chiedendo che cavolo ci facesse a una riunione di alcolisti anonimi. «Che cavolo ci facevi a una riunione di alcolisti anonimi?» la interroga Tahlia, quasi mi avesse letto nel pensiero.

Lennon fa spallucce. «Una sera mi annoiavo e sono passata davanti a un cartello di fronte a una chiesa che diceva che c’era una riunione. Mi sono incuriosita, così sono entrata.»

«Sei andata a una riunione di alcolisti anonimi anche se non sei un’alcolista?» le chiedo, giusto per essere sicura di aver capito bene.

«Direi di sì.» Si allunga per prendere un antipasto dal vassoio e lo appoggia sul piattino di fronte a sé. «Perché, non si può?» Sembra sinceramente confusa.

«Sono quasi sicura di no,» risponde Tahlia con voce seria.

Lennon scrolla di nuovo le spalle. «Era più noiosa di quanto pensassi. Nessuno si è messo a raccontare storie assurde o cose così.» Lo sguardo si perde nel vuoto, come se stesse facendo una riflessione profonda. «Un peccato. Quando mi sono seduta di fianco al ragazzo con i tatuaggi sul collo e un boa di piume pensavo che avrebbe avuto qualcosa di piccante da raccontare.»

«Lennon, fai la tatuatrice e tu stessa hai tatuaggi ovunque.» Porto il calice alle labbra e prendo un sorso.

«Questo non significa che non posso giudicare le persone che li hanno.»

Io e Tahlia ci scambiamo degli sguardi sconsolati.

«Stavi dicendo?» le chiede Tahlia, nel tentativo di far tornare Lennon al discorso iniziale.

«Ah, giusto. Allora, abbiamo parlato per un bel po’ di come la sua vita fosse un casino cinque anni fa, e di come sia riuscita a uscirne. Nessuno pensava che ce l’avrebbe fatta ma si è data da fare e adesso ha aperto un’azienda che ha molto successo.»

«Non ti piace più fare la tatuatrice?» le chiedo, perché non me la immagino a indossare un completo elegante. Lennon è… un’artista. Lo è sempre stata. La sua parte migliore emerge quando si può esprimere con creatività.

«Lo sapete, mi piace un sacco creare arte che rimane sui corpi delle persone ma… non lo so. Negli ultimi tempi ho sentito di aver bisogno di qualcosa di più, non so se mi spiego.»

Io e Tahl annuiamo e credo di riuscire a nascondere bene la mia sorpresa. Le voglio un gran bene ma a essere sinceri non mi ero accorta che pensasse a qualcosa in più del vivere alla giornata.

«Mi ha fatto pensare,» continua. «In cosa sono brava? Cos’è che mi interessa?»

«Gli uomini con la barba?» prova Tahlia.

«Evitare di lavarti la domenica?» suggerisco io.

«Mettere a disagio le persone?»

«Scappare dai ristoranti senza pagare?»

«Aspetta, lo so,» esclama Tahlia, sventolando una mano per aria. «Quel vecchio professore delle superiori, Butler.»

«Siete proprio simpatiche,» commenta Lennon, impassibile.

Scoppiamo a ridere. «Okay, okay. Allora cosa?» chiedo.

«L’arte! E il sesso!»

Mmm. Avremmo dovuto saperlo.

«Questo è poco ma sicuro,» commenta Tahlia.

Lennon fa un respiro profondo e se non la conoscessi così bene penserei che è nervosa per quello che sta per rivelarci.

«Voglio aprire un’azienda di sex toy

Noi due rimaniamo sedute in silenzio a guardarla per un minuto buono.

«Un’azienda di sex toy,» ripeto, per essere sicura di aver capito bene.

 

 

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