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[#Anteprima] [#Gratis] Hush – Edizione italiana – Tal Bauer

Estratto di “Hush” di Tal Bauer. Buona lettura!

 

Prologo

 

Tutto considerato, assassinare qualcuno era facile.

Non importava quanto fossero rigide le misure di sicurezza, quante prove venissero fatte, la vita era sempre caratterizzata da punti deboli. Gli agenti del Servizio segreto americano erano accanto al loro presidente mentre distribuiva strette di mano, ma nella massa di corpi schiacciati e brulicanti non riuscivano a tenere sotto controllo tutti con lo sguardo. Orde di persone che si precipitavano in avanti per un contatto, uno sguardo, un sorriso. Tutti volevano che l’uomo più potente del pianeta si rivolgesse a loro. Era facile scivolare in mezzo alla folla, confondersi tra i sorrisi e le mani che salutavano.

Bastava un’arma nascosta, un’estrazione veloce.

Il presidente Kennedy era stato ucciso, e suo fratello dopo di lui. Al presidente Reagan avevano sparato. I presidenti non sono mai stati invulnerabili. L’ufficio, il titolo, non erano a prova di proiettile. Né lo erano gli agenti del Servizio segreto, i cavalieri bianchi del presidente.

Gli assassinii non dovevano necessariamente essere eseguiti con una pistola. C’erano armi di ogni forma e dimensione, una per ogni gusto.

Boston aveva insegnato agli americani che non erano invulnerabili agli ordigni esplosivi. Non erano più solo un filmato o uno slogan. Le bombe erano sempre un’opzione. Sempre la scelta preferita per fare una dichiarazione importante e disseminare più vittime.

Ma un cecchino era ancora la scelta migliore. Quella più tranquilla. La più e, allo stesso tempo, la meno intima. Un bravo cecchino poteva premere il grilletto a un miglio di distanza, colpire il bersaglio e scomparire prima che qualcuno cominciasse persino a cercarlo. In quegli ultimi momenti, nei momenti in cui un bersaglio si muoveva nel mirino telescopico, gli ultimi momenti in cui la sua vita si riduceva a una serie di cerchi e linee tratteggiate, un cecchino poteva sentirsi vicino come un sussurro.

Guardare qualcuno quando pensava di essere solo. Osservarlo parlare tra sé, mettersi le dita nel naso. Abbassare la guardia, la maschera che usavano con il mondo, lasciando che i loro nervi scoperti e le speranze frustrate si afflosciassero. Mentre abbandonavano i loro sogni e fissavano la vita in cui erano inciampati. Un cecchino era a conoscenza di tutto ciò, del lampo negli occhi di una persona che smetteva del tutto di fingere di essere veramente felice.

La morte, quindi, doveva essere una liberazione. Quasi invidiava le persone che uccideva. Un minuto prima vive, desiderando una vita diversa, e poi…

Un proiettile al cervelletto e una nebbia rossa, uno sbuffo che esplodeva mentre crollavano a terra come se la loro vita stesse fuggendo nell’aria. Oppure un colpo nella zona centrale del corpo, dove rimbalzava, ruotava e distruggeva così tanti organi.

Prese l’otturatore che tolse dal fucile da cecchino Dragunov e sfregò l’acciaio scuro, pulendo il metallo fino a quando non brillò. Una goccia d’olio, un minuscolo sbaffo e lo mise da parte.

Il Dragunov giaceva smontato, acciaio temprato e calcio di legno disposti in ordine preciso, pezzi perfetti di un puzzle che poteva assemblare in pochi istanti.

I resti di una striscia di cocaina giacevano di lato, accanto a una lama di rasoio e una banconota arrotolata da 100 euro.

Aspettò la telefonata. La voce dall’altra parte della linea che gli avrebbe assegnato il prossimo incarico, le istruzioni. Era un mercenario, un uomo che forniva un servizio al giusto prezzo. Era difficile da trovare, ma era disposto a prendere in considerazione le offerte di coloro che riuscivano a rintracciarlo.

Come molti altri che facevano il suo lavoro, aveva trascorso del tempo nell’esercito russo, si era fatto strada tra i ranghi, passando da una vita di merda come arruolato semplice a una marginalmente migliore come sottufficiale. Se non altro, essere un sottufficiale gli aveva riempito un po’ il portafoglio. E quando aveva lasciato il servizio, aveva portato con sé il suo Dragunov.

Il tempo trascorso nell’esercito gli aveva strappato via ogni briciolo di orgoglio nazionalistico avesse mai avuto. La Russia, l’intero paese del cazzo, poteva andare all’inferno.

Così, quando era arrivata la chiamata con quell’incarico, beh, si era sentito incuriosito.

Diciamo… patriottico.

Il suo telefono squillò.

«Da

L’uomo che lo aveva assunto parlò, dandogli le sue prossime istruzioni.

Sarebbe andato in America.

 

 

1

 

5 maggio

Bang. Bang. Bang.

 

L’agente degli US Marshal Mike Lucciano picchiò il lato del pugno contro la porta marcita e deformata dall’acqua dell’appartamento di Stan Coffey a Fairfax. Il legno economico sbatté contro il catenaccio, aprendosi alla base. Mike vide un tappeto, macchiato di un colore marrone vomito e sfilacciato, chiazzato di bruciature di sigaretta. I cani abbaiavano negli appartamenti vicini, i ringhi profondi si mescolavano con il ronzio rumoroso e le risate fragorose dei programmi TV diurni. I proprietari gridarono ai cani di smettere di urlare o gliele avrebbero date.

Mike lanciò una lunga occhiata al marshal Jim Gordon. Questi annuì e tornò a osservare gli appartamenti, incuneandosi all’angolo del pianerottolo centrale e appoggiando la schiena contro la scala di metallo arrugginito. Schegge di vernice svolazzarono e caddero sull’asfalto rotto. Gordon era uno dei due agenti che Mike aveva portato con sé per quella piccola chiacchierata con Stan Coffey. Era giovane, ancora in addestramento presso la sede di Arlington. Sorvegliava gli appartamenti in rovina e gli edifici circostanti come se fosse ancora all’accademia, i suoi occhi dipingevano un circuito perfetto intorno al quadrante dell’orologio, sfrecciando di ora in ora come una bambola con la testa ciondolante. Jeff Silver, l’altro marshal, vegliava su Mike e Gordon, in attesa di dare rinforzo a uno di loro o a entrambi, se necessario.

Non sarebbe stato necessario. Quella sarebbe stata solo una semplice chiacchierata, una visita per ricordare a Stan Coffey che le minacce contro la magistratura federale venivano prese sul serio. Si sarebbe fatto ascoltare, avrebbe fatto la voce grossa e mostrato il distintivo. Mike avrebbe dato a Stan l’opportunità di scusarsi, ritrattare e fare i suoi mea culpa. Sarebbero tornati tutti in ufficio nel giro di un’ora.

All’interno dell’appartamento, Mike sentì gridare, i forti colpi di tosse di un fumatore incallito, e poi un movimento lento che si dirigeva verso la porta. Dietro il legno sottile, udì un uomo brontolare sottovoce, tossire e maledire i cani che abbaiavano ancora. Il latrare costante e rimbombante aveva allertato i vicini che iniziarono a scostare le tende.

Mike sentiva i loro occhi che li scrutavano.

Una catena venne scossa e il catenaccio scivolò. La porta si spalancò. Stan Coffey – trentanove anni, magro, con il corpo e la faccia di un tossico da metanfetamine – si appoggiò allo stipite. Una sigaretta pendeva dalle sue labbra, che sembravano fatte di carta spiegazzata. Pareva che la sua signora lo avesse colpito troppe volte con una padella in faccia e che non fosse mai guarito nel modo giusto. I suoi capelli unti sparavano a strane angolazioni, vicino alla zona calva che si allargava sulla sommità della testa, dal centro.

«Che volete?» Gli occhi di Stan si restrinsero mentre esploravano Mike.

Lui gli spinse il distintivo a forma di stella in faccia. «U.S. Marshal, signor Stan Coffey. Siamo qui per parlarle di…»

Stan tornò di corsa nel suo appartamento.

«Merda.» Mike estrasse l’arma e lo seguì, spalancando la porta e controllando rapidamente che gli angoli del corridoio fossero sgombri.

Sentì delle grida provenire dal retro dell’appartamento buio. Urla di donne. Vetro in frantumi.

Saltò fuori sul pianerottolo e trovò Silver e Gordon pronti a muoversi. «Dietro. Sta scappando per il vicolo.»

Gordon partì. Una scala antincendio traballante, più ruggine che metallo, era aggrappata alle pareti ammuffite del palazzo nel vicolo puzzolente. Quando erano entrati, l’avevano guardata con occhi diffidenti. Chiunque pensasse di scappare usandola doveva essere disperato. Sembrava che fosse appoggiata per miracolo all’edificio e che il minimo peso avrebbe strappato i vecchi bulloni dai mattoni e avrebbe fatto finire a terra l’intera struttura arrugginita in uno sbuffo di polvere arancione.

Silver chiese via radio alle scorte della polizia di Fairfax che aspettavano intorno all’edificio di intervenire. Erano lì per gentile concessione dei Marshal, “in caso succedesse un casino”. Bene, “un casino” era successo.

Mike tornò di corsa nell’appartamento, percorse il corridoio e arrivò in soggiorno. Tre donne erano sedute su un divano cadente, ognuna con indosso un top di quattro taglie troppo piccolo. Delle lenzuola non abbinate erano appese alle finestre, e oscuravano la stanza come una caverna. Le telenovele diurne risuonavano dalla TV, appollaiata su una cassa di latte vuota. Di fronte alle donne, pipe da crack macchiate erano sparse su un tavolino rotto, accanto a pezzi di fogli di alluminio. Segni di bruciature appiccicose coprivano il fondo delle pipe, e l’odore di capelli strinati e plastica fusa aleggiava nell’appartamento malsano.

Le donne urlarono, saltando indietro sul divano e cercando di arrampicarsi l’una sull’altra nel tentativo di allontanarsi da Mike.

«Mani in alto!» urlò lui. «Mani in alto! Su!» Se una delle loro mani si fosse infilata sotto un cuscino del divano o dietro un cuscino coperto da segni di bruciature, sarebbe potuta uscire con una pistola. Puntò l’arma contro le donne e gridò di nuovo: «Mani in alto

Rannicchiandosi, tutte alzarono le mani e distolsero il viso, nascondendosi l’una contro l’altra.

«Dov’è andato? Dov’è Stan?»

Una indicò il corridoio sul retro, con dita tremanti.

Una porta stretta era socchiusa e un raggio di sole trafiggeva il soggiorno. Una piastrella blu scheggiata attirò la sua attenzione. Stan era fuggito in bagno.

Sentì grugnire e poi imprecare. Un vetro che si rompeva. Rumore di cose che cadono sul pavimento e si rompono schiantandosi contro le piastrelle.

Mike corse verso il bagno, aprendo la porta con la spalla e gettandosi dentro, schiena contro il muro. Una vasca sporca con una tenda da doccia logora appesa solo a pochi ganci si trovava a destra, mentre a sinistra, Stan Coffey sporgeva per metà oltre la piccola finestra sopra il cesso. L’apertura era alta solo trenta centimetri. Mike non sarebbe stato in grado di far passare le spalle da quella maledetta cosa, ma Stan stava facendo del suo meglio per sgretolare il proprio corpo devastato dalla metanfetamina attraverso quell’apertura pietosa.

«Scendi da lì, cazzo, Stan!»

«Vaffanculo!» Stan continuava a contorcersi, il suo culo secco si agitava contro il davanzale della finestra. Non era possibile che i suoi fianchi riuscissero a passarci, per quanto magro fosse.

Fuori le sirene fischiarono. Gli pneumatici stridettero. Mike sentì grida dalla strada sottostante e piedi che correvano nel vicolo. La polizia di Fairfax urlò a Stan, che imprecò di rimando con una sfilza di sciocchezze e sputo, mentre le sue gambe scalciavano e battevano. Il suo piede fece cadere uno spazzolino da denti dal lato del lavandino, facendolo volare attraverso il bagno e poi nella vasca.

«Cazzo, scendi o trascino io il tuo culo via da lì.»

«Non toccarmi, cazzo!»

Avrebbe potuto afferrargli i piedi, ma avrebbe dovuto toccare i pantaloni della tuta sporchi, macchiati di Dio solo sapeva cosa. Avrebbe potuto agguantarlo e strattonarlo, torcerlo e sbatterlo a terra. A Stan sarebbe mancato il respiro, e quello lo avrebbe aiutato ad ammanettarlo. «Stan, ultimo avvertimento. Scendi da quella cazzo di finestra!»

«Se mi tocchi, ti ammazzo, cazzo!»

Bingo. Minaccia a un agente federale. In aggiunta alla sua prima minaccia. Stan avrebbe affrontato una gran brutta giornata una volta che tutto fosse finito. E probabilmente gli sarebbero rimasti anche dei brutti lividi.

Mike sentì Silver e un agente di polizia in salotto, che ordinavano alle donne di rimanere sedute. Stavano piagnucolando, perse nei fumi della droga, e probabilmente stavano cavalcando le luci che emanavano dallo schermo della TV oppure fissavano il luccichio del distintivo di Silver. «Silver! Aiutami a tirare giù questo idiota!»

L’altro marciò in bagno e ridacchiò nel vedere le gambe di Stan che si agitavano e nel sentire le sue maledizioni mugugnate. Prese posizione accanto a Mike, ma non fece alcuna mossa per aiutarlo. «Ti copro.»

«Grazie.» Mike sbatté la pistola nella fondina. Silver fece un sorrisetto. Mike si avvicinò a Stan, facendosi strada per il bagno ed evitando i calci selvaggi dell’uomo. Avrebbe dovuto afferrarlo il più vicino possibile ai fianchi, fargli chiudere le cosce sottili e poi tirarlo giù. Sarebbe stato come lottare con un gatto.

Magnifico.

Attese il momento giusto, tra i calci di Stan e l’ennesima maledizione stridula contro la polizia di sotto. Con un balzo, avvolse le braccia attorno alla sua vita e lo strattonò, facendogli abbassare le gambe mentre lo tirava giù dalla finestra. Quando cadde in avanti, Stan batté la fronte, tagliandosela contro il telaio di metallo della finestra, e ruggì, maledicendo Mike e iniziando a lottare contro di lui.

Mike si girò e si caricò l’uomo sopra la spalla sbattendolo poi di faccia sul pavimento. Il respiro di Stan uscì rumorosamente, come una borsa piena d’aria schiaffeggiata tanto forte da farla scoppiare. Si afflosciò, le sue braccia e le sue gambe si allargarono, e la bocca gli si spalancò: un pesce fuor d’acqua.

Mike si inginocchiò sulla sua schiena, affondandogli il ginocchio nel rene mentre lo ammanettava. «Stan Coffey, sei in arresto.»

Il respiro dell’uomo stava iniziando a tornare. «Fottiti, figlio di puttana.» Sputò, ma riuscì solo a spruzzarsi la guancia.

«Sì, anche tu.» Afferrò le manette di Stan e lo tirò in piedi. «Alzati. Grazie a te questa giornata sarà molto lunga.»

 

 

 

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