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[#Anteprima] [#gratis] Cercasi Stella – K.M. Golland

Estratto di “Cercasi Stella” di K.M. Golland. Buona lettura!

 

Prologo

 

Dolore. Fisico o psicologico, quale dei due fa più male? È possibile che uno faccia più male dell’altro, oppure sono entrambi debilitanti? Il dolore fisico è istantaneo, brutale e senza maschere. È audace e innegabile, spesso lascia una cicatrice visibile del danno causato. Il dolore psicologico, invece, si manifesta dentro, invisibile, ma altrettanto potente. È un lupo travestito da agnello e scheggia lentamente l’anima di una persona. Entrambe le forme di dolore sono in grado di mettere in ginocchio una persona, distruggere la sua fede e lasciarla paralizzata. Ma quando le due forme di dolore si incontrano, si fondono, si uniscono in una causa comune, gli effetti possono essere catastrofici.

In quel momento, il mio corpo stava facendo esperienza di entrambe le forme di dolore, mentre attraversavo il prato a passi lenti e cadenzati, nella direzione di ciò da cui, nell’ultimo paio d’anni, avevo tentato di scappare.

Sapevo che il momento sarebbe arrivato, prima o poi, perché alcune cose sono inevitabili, non importa quanto duramente cerchi di sfuggirvi. Non importano le bugie che racconti a te stessa e agli altri, ciò che cerchi di nascondere tornerà sempre a galla. È solo questione di tempo.

Il vento mi sferzava la pelle a ogni passo che facevo, le foglie sotto i miei piedi gridavano mentre le schiacciavo a terra. Non riuscivo a sollevare lo sguardo, e mi concentravo invece sui miei stivali neri di pelle, insieme all’erba e alla ghiaia che mi riempivano la vista.

Stringevo i pugni lungo i fianchi, le unghie che si conficcavano nei palmi delle mani, mentre l’ansia e l’apprensione mi stritolavano, e il dolore provocato dalle mie unghie era il benvenuto poiché costituiva, seppur in minima parte, una distrazione da ciò che sarebbe accaduto in una manciata di secondi. Ma era microscopico e il battito accelerato del mio cuore lo travolgeva e mi ricordava perché ero scappata, perché ero fuggita dalla mia vita precedente e perché era così difficile tornare.

Tornare significava affrontare ciò che era successo, quello che avevo fatto… quello che avevo sofferto. Ritornare significava chiusura, cosa che, solo sei mesi prima, non avrei mai pensato possibile. Sei mesi prima ero scappata e mi ero reinventata. Avevo lasciato la mia vita precedente e ne avevo iniziata una nuova, una che – accidentalmente – includeva Lawson Drake.

Quell’uomo, quell’uomo esasperante, non solo aveva aggiustato la mia auto, ma aveva aggiustato il mio cuore tormentato e a pezzi.

Aveva scoperto la mia luce quasi spenta.

Aveva scoperto Stella.

 

Sei mesi prima

1

Stella

Le cose succedono per una ragione

 

Mente e corpo hanno la capacità di mettere il pilota automatico e portarti in una certa direzione, che tu ci voglia o non ci voglia andare. Era proprio quello che la mia mente e il mio corpo stavano facendo, mentre guidavo verso Pittstown, la mia nuova casa per un futuro indefinito. Mi stavano portando in un posto in cui volevo andare, nonostante sapessi che probabilmente non avrei dovuto. Una parte cosciente di me mi suggeriva di non scappare, che la cosa giusta da fare era restare, lottare, affrontare i miei demoni; eppure c’era anche un’altra parte cosciente di me che diceva: “Va’. Ricomincia daccapo e dimenticati dei demoni, perché se non li alimenterai, cesseranno di esistere.” Volevo davvero crederle, ma nel profondo sapevo che era un’illusione; i demoni esistono, che li vogliamo o no. Tutti noi ne ospitiamo alcuni. Solo… alcuni sono più grandi di altri, più distruttivi e terribili. Alcuni demoni rifiutano di essere zittiti. Senza contare che alcuni di noi sono più bravi a ospitarli e a tenerli rinchiusi e sotto controllo.

Io speravo di essere una di quelle persone.

Pittstown si trovava sul lato vittoriano del fiume Murray, approssimativamente a duecentoquarantasei chilometri a nord di Melbourne. Per quello che ne sapevo, era un buco: una tranquilla cittadina di campagna con ben poco fascino, visto che contava una popolazione di seicento abitanti. Era, tuttavia, perfetta per ricominciare daccapo, per dimenticare il passato… per nascondersi. Era anche il posto dove il mio fratellastro Todd viveva.

La madre di Todd Westmore era stata sposata con mio padre per quasi sei anni, quando io avevo tra i dodici e i diciotto anni. Mi piacevano, June Westmore e suo figlio Todd, ed ero stata incredibilmente triste e confusa quando il matrimonio era finito. Sfortunatamente, il risultato era stato che per anni non avevo più visto né sentito Todd. Ci eravamo tenuti in contatto per un breve periodo, dopo il divorzio, ma le nostre connessioni sociali erano terminate quando lui aveva iniziato a viaggiare, cosa che era avvenuta quando stavo per compiere ventun anni.

Adesso ne avevo ventisei.

Nonostante la nostra quinquennale maratona del silenzio – e dopo esserci scambiati via Facebook i rispettivi numeri di telefono – parlare con Todd era stato proprio come ai vecchi tempi. Certo, c’erano stati momenti strani all’inizio, ma presto la stranezza si era dissipata come nebbia in un mattino di primavera, e la parte di me che sussurrava: “Va’. Ricomincia daccapo,” sospirava per il sollievo.

What Goes Around… Comes Around di Justin Timberlake suonava dalle mie casse mentre guidavo lungo la Murray Valley Highway, attraverso un paesaggio desolato, arido e depresso. La polvere turbinava. Il caldo sfrigolava. La terra era morta, gli alberi spogli e fragili. Al momento stavamo vivendo una siccità che aveva solo l’effetto di accentuare la desolazione della mia nuova posizione, la desolazione che agognavo.

Sollevai i capelli dal retro del collo e diedi alla mia pelle sudata un po’ di sollievo accogliendo il bacio della brezza che veniva dal finestrino della mia macchina. Chiusi gli occhi un istante e sorrisi, ma poi abbassai lo sguardo sul quadro e notai che l’ago dell’indicatore di temperatura della mia Ford Focus 2000, recentemente acquistata, oscillava restando nella zona rossa.

«Merda!» imprecai, poiché sapevo di essere più o meno a cinquanta chilometri dalla città. «Merda, merda, merda!»

Fermarsi sul ciglio della strada, nel bel mezzo del nulla, in una giornata con trentotto maledettissimi gradi Celsius, non era proprio il massimo, ma non lo era neppure bollire il motore. L’avevo appena comprata, quella stupida auto… tipo, ieri.

«Ce la devi fare,» mormorai tra me, sperando che una breve sosta avrebbe lasciato raffreddare il motore abbastanza da farmi proseguire fino a Pittstown.

Sorrisi di nuovo di sollievo, ma per poco, visto che il fumo iniziò a uscire da sotto il cofano.

«No! No, no, no! Non qui. Non adesso,» supplicai, fermandomi immediatamente a lato della strada.

Spensi il motore e fissai incredula la mia auto che bolliva e soffiava come un enorme bollitore, e a me mancava tanto così dal fare lo stesso, emettendo un grido acuto e furioso. Era la mia solita fortuna.

Chiusi gli occhi ed espirai lentamente mentre mi rannicchiavo contro il sedile e Justin Timberlake cantava di cose che girano e poi tornano di nuovo indietro. Karma.

«Argh!» urlai, sbattendo le mani sul volante e scalciando. «Stupido, squallido pezzo di merda e truffatore di un venditore.»

Mi era stato venduto un catorcio invece di una macchina sicura e affidabile, ed era tutta colpa mia.

Tolsi le chiavi dall’accensione, aprii la portiera dell’auto e uscii, per poi richiuderla con forza. «Stupida. Stupida. Stupida auto,» gridai al mucchio di merda color blu elettrico.

L’implacabile calore del sole mi bruciò la pelle quasi all’istante, mi massaggiai le spalle mentre me ne stavo lì a cercare di capire la mia prossima mossa.

Non c’era da sorprendersi che il mio catorcio avesse tirato le cuoia. Voglio dire, in tutta onestà, cosa mi aspettavo quando l’avevo consapevolmente acquistato da un concessionario scadente, nella speranza che il veicolo non potesse essere usato per rintracciarmi? Dio, sono una tale idiota.

Diedi un calcio alla ruota con la parte inferiore dei miei infradito, ed espulsi fisicamente e verbalmente la rabbia che mi saliva dentro, sentendomi ben presto esausta e del tutto impotente. La canottiera bianca era madida di sudore e mi si attaccava al petto come colla, e i miei shorts di jeans erano pesanti come il piombo sulla pelle delle cosce. Non potevo starmene lì fuori e continuare a tirare calci alla gomma. Dovevo riprendermi e anche velocemente.

Mi resi conto che in qualche modo dovevo far raffreddare il motore, perciò marciai come una bambina petulante di fronte all’auto e infilai la chiave nel cofano, scuotendo la testa per la frustrazione causata da quell’irritante perdita di tempo che altro non era quella stupida macchina.

Avevo girato la chiave a sinistra e poi nella direzione opposta, quando all’improvviso venni afferrata da dietro e trascinata via, mentre il cofano si apriva di scatto sputando pennacchi di vapore e acqua bollente, lì dove fino a poco prima c’ero io.

Urlai, scioccata al pensiero che sarebbero bastati pochi secondi per farmi sciogliere la pelle sul corpo, ma ancora più terrorizzata dal fatto di avere le braccia di uno sconosciuto intorno alla vita, nella morsa stretta di un orso che mi teneva sollevata per aria.

«LASCIAMI ANDARE!» Scalciai freneticamente, con le gambe che penzolavano a qualche centimetro dal terreno; e poi feci l’unica altra cosa che mi venne in mente di fare: gettai la testa all’indietro e colpii il mio aggressore sul naso.

«Porca puttana!» grugnì l’uomo dietro di me, mollando la presa.

I miei piedi toccarono terra, così mi voltai e indietreggiai, e fu allora che lo vidi tenersi il naso sanguinante.

«Potresti avermelo rotto, cazzo,» borbottò.

«Davvero?» Mi guardai rapidamente in giro per capire in quale direzione era meglio fuggire. La nuca mi pulsava come se non ci fosse un domani, così vi posai sopra la mano e feci una smorfia. «Bene! Mi hai afferrata da dietro. Cosa ti aspettavi che succedesse?»

«Stavi per diventare una statistica su quello che non si deve fare quando la propria auto è surriscaldata. Cazzo!» grugnì di nuovo poi sputò sangue sulla ghiaia, non distante dai suoi piedi. «Stavo solo cercando di aiutarti.»

I miei occhi si allargarono di fronte al suo improvviso senso di impotenza. «Come facevo a saperlo? Senti, mi dispiace, ma quando qualcuno mi afferra alle spalle, il mio primo istinto non è quello di chiedergli se mi sta aiutando oppure no.»

Mi sentii pungere dal rimorso, lo fissai e mi misi le mani sui fianchi. Il linguaggio del suo corpo mi diceva che era sulla difensiva, ma gli occhi blu erano gentili, sebbene spaventati, e mi comunicavano che non aveva intenzione di farmi del male. Indipendentemente da ciò, non ero un’ingenua o una stupida, perciò decisi di mantenere una distanza di sicurezza.

Lui distolse lo sguardo e borbottò altre imprecazioni mentre si toccava il naso, gli occhi che di nuovo trovavano i miei. Mi sentii invadere dal senso di colpa, così cercai di rilassarmi e feci un passo verso di lui.

«Mi dispiace, ma mi hai spaventata.» Feci un altro passo avvicinandomi e mi fermai ormai accanto a lui. «Fammici dare un’occhiata e controllare se è rotto.»

Lui strinse gli occhi verso di me per qualche secondo, poi lasciò cadere la mano per permettermi di esaminarlo. Emisi un lungo “Ohhhhh” verso il suo bel viso macchiato di sangue; era davvero notevole.

I capelli biondo scuro erano legati indietro in una coda, un’ombra di barba gli velava il mento, e un paio di occhi grigio-blu mi studiavano curiosi mentre io studiavo lui.

Il calore mi salì alle guance e velocemente distolsi gli occhi per fissarli sul rivolo di sangue che dal naso gli scorreva al labbro superiore. «Aspetta un secondo. Lasciami prendere qualcosa per pulire il sangue.»

Camminai all’indietro in direzione della mia auto, e andai a sbattere contro il paraurti anteriore; allora mi voltai e aprii la portiera per andare alla ricerca della mia borsa. Ci frugai dentro e tirai fuori il pacchetto da viaggio di salviettine umidificate, poi tornai indietro dove lui se ne stava in piedi a pinzarsi il naso con le dita.

«Non tenerti il naso chiuso con la testa insù,» lo redarguii, sbuffando irritata. «Pinzati le narici e chinati in avanti un pochino.»

«Che cosa sei, un’infermiera?» ribatté con una voce acuta, dai toni nasali.

Dalla gola mi sfuggì una risata; suonava ridicolo. Ma anche, sì, ero un’infermiera. Be’, lo ero stata un tempo.

«Ecco, prendi questi fazzolettini. Adesso pulirò qui attorno. Okay?» Mi sporsi verso di lui, concentrandomi a pulirgli la faccia per potergli ispezionare il naso.

I suoi occhi si allargarono per la mia prossimità, cosa che mi fece tirare indietro giusto un pochino. «Scusa. Ecco, fallo tu.»

«Non posso,» replicò col suo tono nasale.

Alzai lo sguardo e cercai di reprimere il sorriso. Lui sorrise di rimando, e quel piccolo scambio fu tutto ciò di cui ebbi bisogno per ricominciare la pulizia e lo studio della sua faccia, che feci sollevando di nuovo le mani verso il suo naso.

«Ti spiace?» gli domandai.

Scosse la testa e lasciò andare le narici, quindi appoggiai delicatamente le dita da entrambi i lati della sua mascella e gli inclinai la testa per valutare l’assetto del naso. Controllai anche se aveva dei lividi, e non ce n’erano.

«Non volevo farti male,» gli confessai piano, senza incontrare i suoi occhi mentre gli controllavo il ponte del naso.

«Non mi fa male.» La sua risposta fu aspra, quasi sulla difensiva.

Le mie sopracciglia si sollevarono per quella bugia, ma proseguii con l’esame, allacciando lo sguardo col suo.

Avevo sentito dire che gli occhi sono le finestre dell’anima, i veri narratori del cuore. Dicono la verità che cerchi di nascondere, e fu per quello che ruppi la nostra connessione e tornai a focalizzarmi sul suo naso. C’erano tante verità che non volevo si sapessero.

«Fin qui tutto bene,» spiegai, un po’ senza fiato. «Dimmelo se fa male.»

Feci scorrere le dita sulla barba che gli copriva il mento fino a fermarle, alla fine, sul ponte del naso, dove applicai una lieve pressione per sentire se vi erano bozzi. Quando lui non rispose, tornai con gli occhi nei suoi e fui acutamente consapevole dello sguardo con cui mi fissava la bocca.

Lasciai cadere le mani e feci velocemente un passo indietro. «È tutto a posto. Ma, ecco qui,» dissi, offrendogli le salviette umidificate, «se vuoi pulirti il resto della faccia quando l’emorragia si sarà fermata.»

Lui annuì e prese il fazzoletto dalla mia mano, le dita sfiorarono le mie per qualche brevissimo secondo. Lasciai andare un silenzioso gemito, poi tornai velocemente verso il sedile del guidatore, alla mia auto. Mi sedetti e gli voltai le spalle per creare una distanza di cui avevo bisogno. Oh, mio Dio! Che cos’era? Le guance mi pizzicavano e arrossivano per il calore, e improvvisamente stavo combattendo contro un travolgente senso di confusione e vergogna. Già, è un bell’uomo, ma cazzo, ripigliati, Stella.

Chiusi un attimo gli occhi e scossi la testa poi, riluttante, tirai fuori il telefono dalla borsa e scorsi tra i miei contatti, fermandomi quando finalmente trovai il numero di Todd.

«Che cosa stai facendo?»

Urlai e il telefono mi scivolò di mano finendomi in grembo.

Mister Alto, biondo e bello chinò la testa verso il mio finestrino e sollevò le mani in segno di resa.

Mi misi la mano sul cuore, che batteva forte, e mi schermai gli occhi dal sole, poi feci un respiro profondo. «Chiamo il mio fratellastro perché mi venga a prendere,» gli spiegai. «Vive a Pittstown.»

«Io vivo a Pittstown. Ti ci posso portare…»

«No, grazie,» dissi, riprendendo il telefono. «Non salgo sulle auto degli sconosciuti.» Premetti il pulsante di avvio e stirai le labbra, nell’attesa che Todd rispondesse.

Lui sollevò un sopracciglio verso di me, e lasciò uscire uno sbuffo di derisione non appena la chiamata fu ricevuta.

«Stel, non mi dire che ti sei persa,» Todd rispose con una risatina.

«No, peggio,» gemetti. «Mi si è rotta la macchina cinquanta chilometri a sud della città.»

«Merda! Dici sul serio?»

«Sì! Perché dovrei mentire?» chiesi stupita. Va bene… certo, gli facevo sempre degli scherzi, quando avevamo dodici anni, ma è successo quattordici anni fa, adesso sono una donna matura.

«Okay, sta’ calma. Faccio una chiamata a Lawson. È il meccanico locale. Speriamo possa uscire e venirti a prendere.»

«Grazie, Todd, per favore fa’ in fretta. Se fossi un uovo, in questo momento, starei friggendo.»

«Stel, non fa così caldo.»

«Sei matto? È caldo e umido. Non so come fare.» Mi mossi a disagio sul mio sedile. Il calore dell’estate sul lato vittoriano non era quello cui ero abituata a Melbourne. Era molto più duro e spietato.

Todd ridacchiò di nuovo. Dio, se mi era mancato. «Sopporta, Stel Bel. Manderò un cavaliere a salvarti il prima possibile.»

Sollevai gli occhi, scossi la testa e ringraziai Todd prima di chiudere la chiamata. A quel punto, Mr Alto, biondo e bello aveva fermato il fiume di sangue dal suo naso e stava ripulendo le ultime tracce sul suo volto.

«Quindi, hai sistemato la…» Iniziò a parlare ma fu interrotto dallo squillo del suo telefono. Lo tirò fuori dalla tasca, sorrise tra sé e rispose. «Amico, che succede?»

Lo osservai mentre stropicciava il fazzoletto nella mano prima di spingerlo nella tasca e, considerando che indossava un paio di jeans, una polo e un paio di stivali con le punte d’acciaio, mi dissi che doveva avere un caldo incredibile… caldo per la temperatura. Diamine, mi veniva caldo soltanto a guardarlo. Fa un tale caldo. Un caldo insopportabile. Sembra fare sempre più caldo a ogni secondo.

Agitata, mi chinai verso il cruscotto, mi allungai verso la bottiglia d’acqua e ne presi un sorso veloce.

«Eh, ehm,» buttai giù l’acqua ma poi la sputai. Era troppo calda da bere, così sollevai i capelli dal collo e me ne versai un po’ dietro per raffreddarmi. Sfortunatamente, inclinai un po’ troppo la bottiglia, e l’acqua uscì di getto inzuppandomi il top già pregno di sudore. «Meeerda!» Può mettersi peggio di così questa giornata?

Alto, biondo e bello sembrava incespicare nelle parole, perciò alzai lo sguardo e vidi che fissava la mia canottiera ora fradicia.

Lo fulminai con lo sguardo e velocemente incrociai le braccia sul petto.

Lui ridacchiò, ma poi la sua fronte si aggrottò nell’ascoltare la persona all’altro capo del telefono. «No, merda, veramente?»

All’improvviso la sua espressione si fece maliziosa, i suoi occhi danzarono di desiderio, eccitazione e… potenziale. Era un’espressione che mi rendeva nervosa.

«Certo che posso. Lascia fare a me… sì, mi devi un favore, va bene,» disse scherzoso prima di interrompere la telefonata e riporre l’apparecchio nella tasca.

Mi sentii un po’ imbarazzata e sollevai le sopracciglia verso di lui, tenendo le braccia incrociate sul petto. «Quindi, ehm… grazie per avermi salvata da un’ustione. E ancora, mi dispiace di averti colpito, ma davvero non c’è bisogno che tu rimanga. Il mio fratellastro, Todd, ha un amico che mi sta venendo a prendere.»

«Intendi Lawson, giusto?» Incrociò le braccia sul petto e fece un sorriso storto.

Corrugai la fronte. «Sì, Lawson… Come fai a saperlo?»

«Perché sono già qui.»

 

 

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