Carabosse – Annalisa Mantovani Sassi

[#Anteprima] [#gratis] Carabosse – Annalisa Mantovani Sassi

Anteprima gratuita!

Per voi in anteprima gratuita il prologo del romanzo “Carabosse” dell’autrice Annalisa Mantovani Sassi!

Buona lettura!

 

Prologo

Répétition

 

6 aprile 2018

Londra, Hotel Savoy

Sono diverse e così varie le cose che possono soddisfare l’animo umano.

Un mattino di primavera assolato in cui l’aria è ancora fragrante, ma che promette una giornata mite e profumata di lavanda e fiori di campo.

La vetrina di una confiserie bardata a festa, con dolcetti, disposti in ordine di colore, e pacchettini, decorati da piccoli nastri scintillanti e trine di carta.

La perfezione delle forme di un oggetto creato dalle nostre mani, il poterlo toccare, modellare e sentire la sua sagoma adattarsi alle asperità delle nostre dita, come un’appendice della nostra stessa carne.

Il signor Andrea Guerra, di professione magnate dell’industria tessile, milanese trapiantato in Francia ormai da vent’anni, conosceva bene la disciplina del bushidō[1] giapponese, quel cercare la perfezione in ogni gesto che tanto aveva fatto innamorare gli occidentali della filosofia di quella strana isola che è il Giappone, e cercava di applicarla il più possibile alla vita di tutti i giorni.

Nei miseri limiti di uno straniero che abbia a che fare spesso con altri stranieri carenti di disciplina.

Per questo amava le tinte pastello, possibilmente in gradienti scalati dal più scuro al più chiaro, prediligeva le sue pietanze disposte su un piatto pulito e ordinato (e guai a mettere verdure o contorno accanto alla vivanda principale), ordinava i campionari nella sua valigetta per colore e consistenza del tessuto e, alla fine dei suoi “incontri”, preferiva la più comoda doccia al bagno. Era più veloce, adatta a lavare via dal corpo scomode tracce organiche.

Ma questa volta la doccia non era disponibile.

La stanza del lussuoso hotel londinese metteva a disposizione solo un’ampia e modernissima vasca idromassaggio.

La cui pulizia doveva ammettere essere eccellente, ma che gli procurava il leggero orrore e disgusto che puntualmente instillavano in lui tutte le vasche, da una notte specifica di ventiquattro anni prima.

Ricordava bene la telefonata del giorno precedente, così come ricordava di aver espressamente specificato di volere una camera con doccia, per questo si trovò a borbottare tra sé, infastidito, mentre apriva i rubinetti e sceglieva tra i vari campioncini a sua disposizione, ignorando i flebili lamenti provenienti dall’altro lato della porta chiusa del bagno.

Lui era un essere di piacere, un esteta, lasciava ad altri lo sgradevole compito di disfarsi della spazzatura.

Preferiva di gran lunga lavare, vestire e ricoprire d’oro quella stessa spazzatura a inizio serata, a patto che gli uomini delle pulizie si premurassero di lasciare le sue cose sul letto una volta raccolto il pacco.

Solo ad alcune fortunate e perfette piccole dee aveva lasciato qualcosa, anellini o catenine o vestitini di poco conto. Cosucce insignificanti, ma che sembravano fatte apposta per i loro dolci occhi a mandorla e che aveva donato loro in un impeto di carità.

Era così che piacevano al signor Guerra: orientali, possibilmente con occhi chiari (una vera rarità) e di al massimo undici o dodici anni di età.

Tutto questo, quando era in viaggio e poteva concedersi i suoi passatempi lontano dall’occhio vigile e rapace di quell’arpia che aveva scelto per moglie.

Poco importava che fine facessero quelle bellissime bamboline dagli occhi obliqui una volta che aveva passato la notte con loro. Aveva contatti che si occupavano di fare da scout, trovare le sue piccole geishe ideali, organizzare per lui l’incontro e riportarle da ovunque le avessero prese, il mattino successivo.

A lui restava solo il piacere di poterle pulire, profumare, vestire delle sue pregiate creazioni di sete e broccati (una collezione privata che non avrebbe mai mostrato a nessuno) e modellarle poi con le sue stesse mani come creta, accarezzandone le forme acerbe, facendo proprio il loro corpo e le loro lacrime.

Non era un sadico, no.

Conosceva alcuni che amavano vedere dolore e paura, sangue e terrore.

Da esteta aborriva certe pratiche, ma era pur vero che i colli di alabastro di quelle acerbe veneri tentatrici erano troppo sottili e fragili per le sue mani di uomo.

Poteva capitare che gli si spezzassero tra le dita, quando erano troppo giovani. A lui decisamente meno spesso che ad altri, ma tant’era.

Guardò l’orologio, ascoltò il pianto della sua ultima piccola musa sparire dietro la porta della stanza che si chiudeva alle spalle del gruppo spazzini, e sorrise.

Aveva tempo prima di prendere l’aereo che lo avrebbe riportato a Parigi per la riunione con Madame Dupont e i costumisti dell’Opéra, tutto il tempo di riordinare le sue poche cose e il campionario di nuove stoffe da mostrare per la rappresentazione di quell’anno, i verdi tenui e gli azzurri del colore del cielo, e un viola della stessa tonalità della lavanda di Provenza per la Fata dei Lillà.

Grazie ai contatti forniti da amici e conoscenti, accaparrarsi l’appalto per i costumi della nuova stagione operistica era stato un gioco da ragazzi, che però lo aveva portato a dover rifiutare l’incarico di giudice degli esami che il Ballet avrebbe tenuto a novembre. Se ne dispiaceva, in un certo senso.

Tutti i suoi “vecchi compagni” avrebbero fatto parte della commissione d’esame. Si sarebbe potuto trovare il tempo per più di una delle loro rimpatriate, che avrebbero spezzato piacevolmente la monotonia di giorni e notti con “Medusa”, come chiamavano allegramente sua moglie, e della convivenza forzata a cui lo avrebbe costretto l’incarico di capo costumista.

Guerra sorrise appena nel ponderare di riaprire la vecchia residenza parigina e abitarvi per tutto il periodo della stagione, con la scusa di dover seguire da solo ogni balletto per assicurarsi che le sue creazioni venissero indossate propriamente.

Era perfettamente lecito che fosse lui a sovrintendere i lavori, perché non approfittarne per concedersi una meritata vacanza di qualche mese, rivedere gli altri e occupare il proprio tempo libero con una o due delle loro festicciole?

Dopotutto, nonostante avesse già confermato l’impossibilità a partecipare un paio di giorni prima, avrebbe sempre potuto ripensarci…

Vincendo il disgusto provocatogli dall’acqua ferma punteggiata di schiuma, entrò in vasca e si accomodò sul piccolo sedile facendo partire l’idromassaggio.

Se proprio era costretto ad adattarsi a quella barbarie, tanto valeva godersela un po’.

Forse fu lo sciacquio delle sue gambe ben rasate nell’acqua a impedirgli di sentire, o forse il ronzio sommesso di quello stesso idromassaggio.

Quando la porta del bagno si aprì e si richiuse, imprigionandolo nell’ambiente ampio e luminoso, Andrea Guerra spalancò gli occhi e fissò il volto immoto di una figura vestita di un nero così profondo da sembrare uno squarcio nella realtà.

E non capì.

Non subito.

Lui era un esteta.

Disabituato alla violenza feroce di un assassino.

Amava la bellezza, la purezza e solo una volta, ventiquattro anni prima, ubriaco di alcool e di vita, aveva lasciato uscire il mostro che alberga nel cuore di ogni uomo.

Solo quando lo avevano obbligato a ripulire il corpicino esanime nella grande vasca da bagno della villa aveva compreso gli abissi della bruttezza, e solo quell’atto di estrema carità che aveva compiuto gli aveva permesso di diventare l’amante del bello che era ora.

Ma quello squarcio nero con braccia e gambe si mosse verso di lui, e tutta la bellezza svanì.

Svanirono il sesso e le parole soffici sussurrate a visini impauriti, svanì quell’ossessione per corpi infantili che tanto orrore provocava nella società moderna, svanì il suo sogno di una casa in campagna dove potersi ritirare a godere dei piaceri della vita, i suoi progetti per l’autunno, e svanirono i tenui colori pastello e i rosa dell’incarnato, gli azzurri degli occhi e i verdi dell’erba e delle foglie della primavera ancora in boccio.

Rimasero solo il rosso violento e il nero.

Immutabile, ineluttabile, assoluto.

Di Andrea Guerra l’esteta, che sarebbe stato trovato il giorno successivo in quella stessa vasca con tagli profondi sulle braccia, immerso nell’acqua, ormai fredda, colorata del suo stesso sangue, rimasero solo la paura, il dolore, e il rimpianto.

E una lettera d’addio che confessava la sua pedofilia seriale, e la volontà di farla finita prima di fare ancora, dopo tanto tempo, del male al prossimo.

 

[1] Via (o morale) del guerriero, cioè codice di condotta e stile di vita che regola ogni aspetto della vita di un guerriero, e in senso più esteso di un essere umano.

 

 

Annalisa Mantovani Sassi vi aspetta 13 luglio!

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